Un figlio dislessico? Forse meglio!

Questo è quello che sostiene la Dott.ssa Sally Shaywits, Professore di Sviluppo dell’apprendimento all’Università di Yale. In realtà, pensateci bene, non sarebbe per nulla da scartare la sua originale teoria.

Vediamo perché.
La Dislessia è un disturbo classificato tra i Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) e si manifesta attraverso la difficoltà che hanno i soggetti colpiti a leggere velocemente e correttamente ad alta voce. Chi ha un figlio dislessico sa bene quante difficoltà si incontrano a scuola. Bambini in affanno rispetto agli altri in classe, sessioni di compiti interminabili, sconforto ai colloqui scolastici e frustrazione per non sapere come affrontare il problema. Il tutto lascia presagire un futuro pieno di incognite e preoccupazioni. Il mio bambino sarà capace come gli altri? Le sue difficoltà di lettura inficeranno il suo successo nel mondo dello studio e del lavoro? Quanto questa limitazione intacca l’autostima del nostro pargolo? In effetti di vera limitazione si tratta, tanto più che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità la classifica come “disabilità” per il semplice fatto che il dislessico non apprenderà mai le nozioni basilari della lettura nei tempi e nei modi dei soggetti normali. Quindi? Mettiamoci una pietra sopra ed accettiamo rassegnati l’evidenza dei fatti: nostro figlio sarà sempre un passo indietro rispetto agli altri. Niente affatto!
Studi scientifici sempre più aggiornati confermano che il dislessico (quando sono esclusi deficit cognitivi più seri e di altro tipo, naturalmente) ha capacità compensatorie che gli possono consentire di recuperare il gap perso se non addirittura superare gli standard comuni, se non altro in creatività e capacità mentale reattiva.
Lo studio della Dott.ssa Shaywitz ci dice perché:
“..le persone dislessiche devono lavorare più degli altri per superare le loro difficoltà. Le sfide che essi devono superare fin dalla più tenera età, insegnano al bimbo dislessico a persistere di fronte alle battute d’arresto. Essi imparano a guardare i problemi da diverse angolazioni e a trovare nuovi modi per aggirare le loro inadeguatezze. Essi diventano in questa maniera dei risolutori naturali di problemi.”.
Ci avevate pensato? Un bambino dislessico, che deve stare a passo con gli altri a scuola, può attingere a risorse “altre” che i cosiddetti secchioni non utilizzano mai. In effetti, i primi della classe, quelli che sono bravi in ortografia e scrittura possono essere addirittura svantaggiati quando sono costretti a produrre compiti creativi ed originali. A scuola questi ultimi sono incoraggiati a perfezionare quello che sono già bravi a fare. Questo ha l’effetto di ridurre la loro visione “allargata”.
A conferma di ciò, la Shaywitz prende come riferimento il mestiere di scrittore ed osserva: “E’ sorprendente come pochi scrittori e romanzieri creativi e originali erano bravi a scuola. Un esempio per tutti: Aghata Christie. Ma anche G.B. Shaw, F.S. Fitzgerald, Giulio Verne, J. Irving e G. Flaubert. Tutta gente con problemi di dislessia!“.
Succo del discorso? Possiamo imparare dalla dislessia a pensare in modo più creativo: un figlio con dislessia può essere portatore di risorse che gli altri ragazzini in classe con lui se le scordano! Non dimentichiamo questo quando la prossima volta saremmo disperati se il nostro bambino ha finito i compiti più tardi dei compagni vicini di casa, che già da un’ora sono a godersi i cartoni alla TV (Loro non lo sanno, ma la loro mente si è allenata di meno! Ssssttt…).
Dott. Antonio Vigliotti
(Psicologo – Psicoterapeuta)