Storia di un dsa comune.

STORIA DI UN DSA COMUNE

“Forse per suo figlio potrebbe essere troppo difficile” Così mi dissero alle scuole medie, così mi dissero per il mio bene. La mia non è una storia triste e non è neanche eccezionale. E’ una storia come tante altre che accumuna quel ragazzo che, mediamente, in ogni classe ha delle difficoltà come le mie. E’ solo la storia di un ragazzo con DSA. Storia di un disalculico riconosciuto poco prima delle maturità ma andiamo con ordine.
Tutto iniziò alle elementari, quando la maestra iniziò a spiegare le lettere. Tutti in classe piano piano iniziarono ad impararle ma io no. Io non le capivo, erano qualcosa di complicato per me. Una lingua diversa. Avevo la percezione che ogni volta fosse la prima, perché che differenza c’è tra B e D? o P e D? e vogliamo, invece, discutere la differenza tra M e N?
Ancora adesso rimango piacevolmente sorpreso della leggera differenza fonetica ma poco importa.

Così, in quel periodo, si scriveva nel mio diario scolastico: “XXX non presta attenzione alle spiegazioni e non è in grado di eseguire i suoi lavori.” oppure “E’ ora che cominci a diventare un po’ più svelto!” e quant’altro. Al di là delle note che ricevo, era l’atteggiamento in classe a colpirmi. I professori sapevano che ero in difficoltà, pensavo fossi, come tanti altri come me avranno sentito dirsi almeno una volta, svogliato. Ero, per questo, sempre al centro dell’attenzione in classe. Ogni giorno. Ogni lezione. La professoressa di italiano mi faceva leggere i compiti ad alta voce, cosa già difficile e complicata. Esercizi che chiaramente non ero riuscito a completare perché per fare un esercizio impiegavo il doppio del tempo rispetto ai miei compagni. Ovviamente erano sempre sbagliati e tutta la classe rideva di me per i rimproveri della maestra, fossi capitato in un’altra epoca sarei dovuto andare dietro la lavagna nella migliore delle ipotesi quasi tutti i giorni. Ma anche se per me importava davvero poco ma non era così per i miei compagni, che si domandavano il perché di queste particolari attenzioni. Dovetti imparare, fin da subito, che per stare con gli altri, dovevo essere simpatico. Bastava far ridere gli altri e nessuno pensavo più ai miei problemi. Mi divertivo molto ad essere quello esagitato, quello che non rispettava le regole e così fui accettato dai miei coetanei. Ma i problemi non si risolvono facendo ridere gli altri.
Fu mia madre che preoccupata dalla mancanza di progressi, iniziò a casa a fare un lavoro di cartelloni su cartelloni di associazioni lettere-parole per cercare di farmi imparare a scrivere. Avevo la camerette piena, letteralmente, di poster con le lettere e ogni sera, prima di andare a dormire, rileggevamo insieme.
Progressi non ce ne furono finché non chiese aiuto alla scuola. E, dopo varie analisi, mi fu assegnata una logopedista. Fu grazie al suo lavoro e alla mia voglia di non essere più quel ragazzo simpatico ed esagitato ma che fosse anche qualcos’altro che recuperai piano piano, seguito in classe e lavorando di pomeriggio in pomeriggio(anche quando gli altri uscivano a giocare), il “tempo perduto”. Assistito anche da una maggior collaborazione dei maestri, imparai a scrivere e poi a fare di calcolo(aiutato da una calcolatrice).
Fu spesso difficile e piano piano le soddisfazione arrivarono. Alle superiori, uscii dall’esame di maturità con 85/100 e i complimenti dei professori. Oggi studio ingegneria gestionale, ovviamente ai tempi mi fu sconsigliata come scelta e sto rinunciando a tanto in questo mio cammino, vivo con i numeri(ora capite perché mi dissero che sarebbe stato un azzardo?) e con la passione di quello che faccio. Sono orgoglioso del mio passato e soprattutto sogno il mio futuro ogni giorno. Per studiare ci metto sempre di più, lavoro il doppio rispetto agli altri e i risultati, spesso, sono la metà di quello che meriterei. Le delusioni sono sempre dietro l’angolo e le giornate accademiche non sono come le sognavo ma sono felice di quello che faccio e un giorno sarò quello che voglio essere. E soprattutto ora, faccio ridere quando voglio io far ridere.

Questa è la mia storia, è una storia come tante altre è scritta solo per ricordare a voi ragazzi che come me, avete affrontato periodi difficili e siete sempre stati gli ultimi della classe (non preoccupatevi nella vita quei voti non sono tutto e soprattutto quel numero non vi definirà mai), magari anche derisi dai compagni, di non avere paura. Anche voi potete dire la vostra. Anche voi avete la forza per superare tutto. Lavorate però sodo, ogni giorno per realizzare quello che sognate. E se non avete un sogno, seguite quello che vi sentite dentro. Un giorno lo avrete anche voi. Sempre con il sorriso sul volto, anche quando vorreste solo scappare da tutto e da tutti. Piccoli passi, giorno dopo giorno e senza nemmeno rendervene conto, arriverà il momento in cui direte, con orgoglio “ce l’ho fatta! Sono dove volevo essere! Sono quello che voglio essere!”.
Credete in voi stessi, combattendo e sognando il vostro mondo. Ascoltate tutti ma, alla fine, seguite il vostro cuore. E anche se vi diranno che è difficile e che non potete, voi provateci.
In ognuno di noi, c’è un meraviglioso mondo che aspetta solo di essere ascoltato. In ognuno. Specialmente in te!

PS. Messaggio rivolto ai genitori: stateci vicino, abbiamo bisogno di voi. Alimentate i nostri sogni, rimproverateci quando sbagliamo e non lasciateci soli. Se un giorno potremo essere quello che vogliamo, sarà tanto merito vostro. Grazie e non mollate! Mai!