Senza nome di Federica Valentini

Guardava le migliaia di persone che gli passavano giusto ad un centimetro dalle scarpe senza degnarlo di uno sguardo; alcuni gli lanciavano monetine nel cappello, altri arricciavano il naso e trascinavano lontano i loro pargoli, perche` per molte persone vagabondo fa rima con pervertito, malato di mente, ubriacone, e Dio solo sa cos’altro. Senzanome non era cosi`. Aveva avuto una vita complicata, certo;sua madre aveva perso il secondo bambino dopo pochi giorni dal parto e,da quel momento , non aveva piu` sorriso ne` parlato. La sua esile figura era stata avvolta da una coltre di fumo, ele sue risate erano state sostituite dal continuo gracchiare di una tv sempre accesa. Suo padre invece sfogava le frustrazioni della vita sul figlio superstite; uno dei pochi ricordi dell’infanzia di Senzanome erano gli occhi vuoti di sua madre che lo fissavano, la bocca che esalava fumo mefitico e che lo guardava un attimo, inerte e apatica, prima di tornare con lo sguardo sullo schermo ed alzare il volume per coprire il suono delle cinghiate che suo padre gli infliggeva. Non ricordava il suo nome di battesimo, percio` tra i suoi pari raminghi era soprannominato Senzanome. Era scappato di casa a 16 anni,e, nei trenta che ne erano seguiti aveva cercato di dimenticare tutto l’opprimente degrado della sua vita precedente, compreso il suo nome, anche se gli sembrava di ricordare, pur non avendone la certezza, che fosse Giovanni. Forse per molti poteva essere incomprensibile, pero` la`, in strada, aveva trovato la serenita` e aveva stabilito delle regole d’oro per mantenere intatta la sua dignita`: non si uccide, non si ruba, non si picchia, non si dorme nei cassonetti, non si mangiano rifiuti, non ci si ubriaca fino a perdere il senno, o fare altre cose, come quelle che temevano le spaventate madri che trascinavano via i loro bambini .Era assolutamente irreprensibile. In quel momento Senzanome se ne stava seduto, appoggiato ad un tiepido muro, in una mite giornata di maggio, con il muso della sua Lilly in grembo. L’aveva trovata qualche anno prima : il pelo nero ed irsuto, la zampa anteriore destra mancante, e lo sguardo risoluto. Aveva deciso lei di seguirlo, ed ora andavano d’amore e d’accordo. Senzanome osservava la folla. Sapeva chela maggior parte delle persone biasimava il suo stile di vita, lo considerava folle. Ma era lui a non capire gli altri; vivevano in un mondo fatto di pregiudizi, per loro ogni persona di colore era un ladro, ogni vagabondo un pervertito,mentre Senzanome sapeva che persone violente ed incontrollabili si potevano nascondere in chiunque, come suo padre: rispettabile, stimato in ufficio, terribile aguzzino del figlioletto a casa. “Ma guardali”pensava, “ Corrono, corrono, non hanno tempo per fermarsi ad osservarla bellezza del mondo, l’unicita` di un fiore, la rarita` di un arcobaleno, la potenza di un temporale….”Se vivere in seno alla societa` voleva dire questo, lui preferiva vivere cosi`, libero in un mondo in cui non avrebbe mai finto di non vedere una persona in difficoltà. Preferiva camminare lentamente per contemplare il paesaggio, invece di correre verso l’inevitabile arrivo che tutti raggiungono, perche` a quel punto non si puo` piu` tornare indietro. La sua scelta di vivere distaccato dalla societa`, dunque, non gli sembrava dettata dalla pazzia, o da una forma di inadattabilità`: gli sembrava assennata, giusta, e perfetta per lui, che, visto il ballo che si doveva ballare in quel mondo, preferiva restare a guardare.

Federica Valentini I B liceo delle scienze umane

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