Ricerca scienze: I disturbi alimentari.

ANDREA PARIS                                                                                 2^a

I DISTURBI ALIMENTARI

I disturbi alimentari rappresentano una patologia comune nella società moderna.

Alcune persone  per sfuggire a problemi quotidiani, cercano rifugio nel cibo che diventa un’ossessione a volte per eccesso altre per difetto, che viene vissuto in maniera non equilibrata e serena.

Le patologie del disturbo alimentare sono varie e diverse tra loro: anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata hanno tutte in comune questo rapporto distorto tra la persona che ne soffre e il cibo.

Le cause che portano a queste malattie sono numerose ma tutte di origine psicologica.

Ci sono alcune persone che hanno una sorta di predisposizione biologica e psicologica verso il disturbo alimentare, altre che a seguito di un trauma emotivo hanno cercato consolazione nel cibo oppure realtà familiari difficili radicate sin dall’infanzia che non hanno avuto la giusta attenzione per un’educazione alimentare.

Ci sono poi delle responsabilità da attribuire alla società, secondo le quali bellezza è uguale a magrezza, ma è anche vero che questa non può essere considerata una vera e propria causa, piuttosto una manifestazione reale del sintomo della malattia, ovvero la ricerca della perfezione a tutti i costi e la non accettazione dei propri limiti.

  • L’ANORESSIA:

Anoressia letteralmente significa “senza appetito”, ma in realtà il malessere è qualche cosa di molto più serio e preoccupante di una semplice inappetenza in quanto può degenerare in una vera e propria repulsione ossessiva nei confronti del cibo; nei casi più gravi può produrre uno stato di pericolosa malnutrizione e anche la morte. L’anoressia può essere conseguente ad alterazioni metaboliche prodotte da malattie di varia natura come gastriti, intossicazioni o alcune forme di tumore ma può anche manifestarsi sotto forma di nevrosi e si parla in questo caso di “anoressia nervosa”, detta anche “anoressia mentale”. Oggi è proprio sotto questa forma che si presenta più di frequente.

L’anoressia è comune soprattutto nelle ragazze (l’età più critica va dai 12 ai 25 anni), la stragrande maggioranza delle quali non è sposata (oltre l’85%). Fino ad alcuni anni addietro la malattia era stata sottovalutata pensando che si trattasse di semplice depressione o di un disturbo comportamentale legato all’assunzione del cibo: solo di recente si è compreso invece che si era in presenza di una vera e propria malattia psichiatrica che andava affrontata con terapie molto complesse le quali dovevano coinvolgere sociologi, psicologi, neurologi, dietologi e gli stessi familiari.

La patologia si sviluppa in genere a partire da un’immagine distorta del proprio corpo che si percepisce sempre come inadeguato e, in particolare, costantemente in condizioni di soprappeso. Alcune adolescenti, temendo di non ricevere l’approvazione dagli altri, cominciano allora a rifiutare il cibo e a praticare un esercizio fisico esagerato nel tentativo di bruciare calorie. Il fenomeno è in espansione: se fino a poco tempo fa riguardava solo la categoria sociale medio alta, ora esso investe anche i ceti più bassi. Anche la fascia di età si è notevolmente allargata coinvolgendo, negli ultimi tempi, anche le bambine e le donne mature.

Chi soffre di anoressia non si accontenta mai del proprio aspetto fisico, non raggiunge mai la forma desiderata e nonostante tutti i sacrifici e le privazioni alla fine il risultato è sempre lo stesso: delusione, insoddisfazione, depressione. Spesso l’anoressico non vuole rendere palese il suo tormento e in presenza di estranei assume regolarmente gli alimenti, che poi però, di nascosto, rimette. Con l’aggravarsi della malattia il vomito avviene spontaneamente, a volte anche solo alla vista del cibo.

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  • LA BULIMIA:

Un’altra malattia legata al disordine alimentare è la bulimia (letteralmente “fame da bue”). Si tratta di una patologia solo apparentemente opposta all’anoressia, con la quale in realtà ha molte analogie. La bulimia consiste sostanzialmente in un’incontrollabile necessità di ingerire grandi quantità di cibo che poi, però, si tenta di neutralizzare attraverso comportamenti indirizzati a prevenire aumenti di peso. Queste grandi abbuffate creano soprattutto nelle donne giovani, forti sensi di colpa e quindi il bisogno di liberarsi al più presto di tutto ciò che si è ingerito, attraverso le cosiddette “condotte di eliminazione” che consistono nel vomito autoindotto, nell’uso frequente di clisteri e nell’assunzione esagerata di purghe o di altri farmaci.

L’iperalimentazione, seguita da vomito volontario, era già praticata dagli antichi romani i quali, stravaccati sulle alcove, ingerivano grandi quantità di cibo e di vino che poi vomitavano volontariamente per continuare a mangiare e a bere senza sosta. In realtà, più che bulimici questi personaggi erano dei crapuloni, cioè delle persone che mangiavano e bevevano smodatamente e disordinatamente. La bulimia propriamente detta compare solo alla fine dell’Ottocento sotto forma di nevrosi, associata spesso a casi di anoressia mentale.

A differenza dell’anoressia, essa può passare inosservata in quanto non influisce sull’aspetto esteriore delle persone: l’ammalato di bulimia infatti non mostra evidenti modificazioni di peso, perché una sufficiente quantità del cibo ingerito viene comunque assimilato dall’organismo.

La bulimia insorge verso i 18-19 anni, quindi mediamente un po’ più tardi dell’anoressia, ma più della metà delle donne diagnosticate anoressiche sono anche bulimiche. Si calcola che ogni anno nel nostro Paese oltre 10 mila persone si ammalano di bulimia, mentre le anoressiche e le bulimiche croniche si stima siano 65.000. Un progetto pilota è stato attivato da poco tempo nella Regione Veneto con due centri di diagnosi e cura che prevede anche terapie di lungo termine in collaborazione con le Università di Verona e Padova. Le strutture sono organizzate in modo da rendere l’ambiente terapeutico il più confortevole possibile: niente corsie di ospedale, ma stanze e cucine autonome in modo da consentire alle ragazze di riassaporare il piacere di cucinare e di mangiare. I primi risultati sembrano incoraggianti tanto che il Piano sanitario nazionale si propone di realizzare almeno una comunità terapeutica in ogni Regione.

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  • LA CELIACHIA:

La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine. Il glutine è il fattore scatenante della malattia celiaca. È la componente proteica che si trova nel frumento (quello che comunemente è chiamato “grano”) ed in altri cereali, ad esempio farro, orzo, segale, avena, kamut (grano egiziano), spelta, triticale, bulgur (grano cotto), malto, greunkern (grano greco) e seitan (alimento ricavato dal glutine).

Eliminare il glutine dalla propria dieta permette al celiaco di condurre una vita serena ed in salute. La dieta priva di glutine è infatti l’unica terapia possibile. È questa l’unica cura della celiachia.

La celiachia è una patologia autoimmune ed è anche chiamata morbo celiaco.

È infatti l’intestino del celiaco che non riesce ad assimilare il glutine, che quindi viene considerato un agente tossico.

Il glutine in realtà non è presente nel chicco del cereale o nella farina, ma si forma solo in seguito all’aggiunta di acqua e alla formazione dell’impasto.

Nel celiaco ingerire glutine attiva in maniera anomala il sistema immunitario che risponde rifiutando il glutine e danneggiando quindi l’intestino.

Le pareti dell’intestino (ossia la mucosa) sono formate da miliardi di villi, piccole strutture sottili e allungate che formano tra di loro delle anse. Questa particolare conformazione permette l’assorbimento delle sostanze nutritive.

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