Tesina sulla dislessia. (Nanni Davide)

Tesina fatta per Andrea. Davide per il suo l’esame di maturità a voluto dedicare la tesina al fratello Andrea.

PREMESSA Innanzi tutto penso sia doverosa una breve introduzione, specie sulle motivazioni che mi hanno indotto alla scelta di questo tema. Solo poche parole. Sento la necessità di precisare che la motivazione non si possa limitare a una serie di collegamenti didattici, per quanto interessanti essi siano. Bisogna accostarsi alla tematica con sensibilità, evitando di dare uno sguardo superficiale a un problema che riguarda il 5-6 % dei ragazzi che affrontano la scuola primaria e secondaria ( in media un bambino in ogni classe soffre di dislessia) e in particolare mio fratello Andrea. Ho deciso di affrontare questo argomento perché negli ultimi anni,da quando a mio fratello è stato diagnosticato questo disturbo, sono venuto a contatto diretto con il problema della dislessia e mi sono accorto, insieme alla mia famiglia, di come tutto ciò sia sottovalutato e davvero poco conosciuto,quindi ho cercato nel limite del possibile di tracciare delle linee guida su come si possa manifestare la dislessia e come si possa riconoscere e se possibile migliorare la condizione del ragazzo. Pertanto è con notevole coinvolgimento emotivo che mi rapporto con questo problema :durante il percorso di studi ,non si ha naturalmente occasione di toccare argomenti inerenti alla tematica,ma in questi anni ho cercato di toccare con mano il problema in modo personale. per questo ho deciso di incentrare su questo la mia tesina di maturità.

Clicca per visionare tutta la tesina: Tesina sulla dislessia dedicata a suo fratello Andrea

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Poesie di Leonardo Caselli

Sono Leonardo e ho 16 anni, sono dislessico, disgrafico, discalculico e disortografico, e per tirarmi su da una dura giornata, o da brutti pensieri legati a tutto, mi diverto a scrivere canzoni e poesie, mano in questo modo riesco a sentirle e a provarle. 

1)
Come un aquila volo nel vento libero da ogni malessere e lontano da bulli che sanno solo insultare solo perchè ho difetti.

2)
Se ti guardo non riesco a parlare mi si chiude la bocca e non riesco a respirare e il mio cuore inizia a scalpitare.

Poesia

Saggio breve sul femminicidio

Francesco Pecci

Saggio breve sul femminicidio .

Una ragazza e un ragazzo si incontrano, un uomo e una donna si incontrano…. ecco che nasce un rapporto di coppia che ha bisogno di cure particolari a seconda delle necessità dell’amore stesso affinchè si mantenga viva la magia dell’amore ( J. Gray da Gli uomini vengono da marte le donne da venere)

Un rapporto di coppia e d’amore va vissuto intensamente con complicità e responsabilità e alla base un rispetto reciproco.

Ma non è sempre così….L’amoreimplica altri sentimenti che ruotano attorno alla coppia.

Gelosia, senso di possesso e addirittura di proprietà, tradimento, separazioni, divorzi…..fino a giungere a emozioni così estreme da portare persino alla morte.

Il più grande esmpio di gelosia morbosa tanto da meritare nella psichiatria una sindrome con il suo nome , è quella di Otello nei confronti di Desdemona.

Otello accusa la sua consorte  in modo ossessivo e delirante  di essere infedele, senza alcuna prova reale o sulla base di prove minime o/e prive di significato…. addirittura un fazzoletto.

Otello ricerca e trova “conferme” del tradimento ovunque. Tenta in ogni modo di strappare la confessione al partner e attua rimedi contro la sua supposta infedeltà restringendone l’autonomia o assoldando investigatori. Il comportamento del paziente pertanto non è teso alla scoperta di qualcosa, che si pensa già di sapere, ma piuttosto a far ammettere all’altro la colpa. Da qui una continua richiesta di confessioni assillanti, portate avanti talvolta in modo reiteratamente subdolo, altre volte con l’arma del ricatto, talvolta infine ricorrendo alla coercizione e alla violenza fisica.

E così Otello uccide Desdemona…

anche la poestessa alda merini parla di tradimento in una sua famosa poesia “ maledizione d’amore”In questa poesia sembra che la poetessa abbia subito un tradimento da una persona che ha amato davvero tanto. La persona che ha compiuto questo gesto appare insensibile nei confronti dei sentimenti della Merini, avendo donato il’amore, ad un’altra ragazza. Questo tradimento ha quindi influenzato la sua vita, i suoi giorni, rendendoli non piacevoli, e ha cambiato il modo in cui lei vedeva questa persona… Magari per lei, era un angelo e quindi rendeva i suoi giorni piacevoli, ed era per lei l’immagine dell’amore. Ma da quando il suo amante , ha spazzato via tutte le sue illusioni, è come se quella persona fosse diventata una vipera. E quindi i suoi giorni diventano quasi fastidiosi.  Quindi vediamo anche il tema dell’illusione, di come Alda dipendeva da questa persona, ma l’ha solo illusa. Esperienza che può capitare a chiunque.

Il tradimento presunto o reale da parte di una donna è stato per molto tempo una attenuante giuridica:l’ uomo che uccideva la moglie o la fidanzata “per gelosia” poteva contare sul  movente “d’ onore”, grazie alla quale se la cavava con pochi anni di prigione. Una vergogna che affonda le sue radici in un’eredità culturale arcaica e, purtroppo, ancora attiva: la femmina come proprietà del maschio.

Ancora oggi le stragi di violenza maschile sulla donna vengono codificate dalla cronaca con le parole “omicidio passionale”, “d’amore”, “raptus”, “momento di gelosia”, quasi a testimoniare il bisogno di dare una giustificazione a qualcosa che è in realtà mostruoso. Ma cosa si può fare per contrastare questo terribile e crescente fenomeno radicato nella nostra cultura? Qualcosa è stato fatto, negli ultimi tempi in particolare: oltre alla nascita dei centri anti-violenza, dotati spesso anche di case-rifugio, in Italia sono stati istituiti corsi di formazione dei carabinieri, mentre in tutto l’Occidente è stato introdotto il reato di “femminicidio”, con il quale si tenta di passare il messaggio che uccidere una persona perché ci si ritiene proprietari del suo corpo, della sua vita, della sua libertà, è un’aggravante giuridica, e non più una attenuante.

Sono grandi passi avanti, ma purtroppo manifestare il dissenso probabilmente non cambierà a breve il fenomeno, non basta una legge per salvaguardare il sesso femminile, ma col tempo riuscirà forse a cambiare la cultura e le mentalità. È in questo senso che occorre impegnarsi: serve soprattutto maggiore educazione famigliare e scolastica, quella formazione culturale che dovrebbe far capire che tale violenza maschile non è legittima, ma conseguenza di pregiudizi legati alla virilità, all’onore e ai diversi ruoli maschili e femminili nella coppia e nella società; che “amore” non significa possesso della donna cui chiedere obbedienza assoluta, negandole la libertà dei sentimenti.

Nella lettera di Francesca quinoha si fa riferimento a quale sia il ruolo della donna nella provincia più arretrata della calabria anche seil fenomeno  non è solo del sud mainveste tutta l’italia.

Perchè si uccide una donna?

In superficie, tocca essere tutti d’accordo sulla parità, le pari opportunità, l’equipollenza e le pari dimensioni dei cervelli. Ma sotto, nel profondo, è annidata ancora la vecchia cultura. Io sono un uomo e lei è mia. Non sarà mai di qualcun altro. Piuttosto la ammazzo. Piuttosto mi ammazzo. E così via. Il femminicidio, non è un tema per donne. E non è neanche un problema delle donne. È un problema degli uomini. Sono loro che devono riunirsi in piccoli gruppi, tematizzare la loro angoscia, descrivere la perdita di potere nel privato, che subiscono senza parlarne da decenni. Sono loro che devono commentare e approfondire il fenomeno del femminicidio. La violenza contro le donne, raccontano, più che la vulnerabilità femminile, la fragilità maschile. La terribile debolezza dei maschi.

Che cova ormai da anni,  da quando le donne, un trentennio prima della fine del secolo scorso, hanno incominciato a ridefinire il loro ruolo all’interno di una relazione. Non più soltanto oggetti di desiderio altrui, costrette ad agghindarsi e apparecchiarsi e, eventualmente, annullarsi, pur di non correre il rischio di non essere scelte.

Nella società odierna è indispensabile spingere le spose o le fidanzate a non sottovalutare i primi segnali di violenza, a non aver paura di denunciare, benché ciò sia spesso rischioso. Si tratta quindi di modificare un fenomeno culturale che priva di rispetto il corpo delle donne, facendole sentire inferiori moralmente e socialmente. Questi sono limiti culturali, stereotipi sociali, assurdità che non si possono più tollerare.

Laboratorio tecnico: Dispositivi – Segnaletica – Società – Errori – Decreto – Funzioni

DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE

dispositivi di uscita informatica

ERRORI DI MISURAI MATERIALi

generalità Il Decreto Legislativo Andrea Paris

le funzioni

scheda tecnica acetone Andrea Paris

SEGNALETICA ANTINFOTUNISTICA

SOCIETA di capitali

STRUTTURE ORGANIZZATIVE DELL’azienda

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Chimica: Saggio della fiamma

SAGGIO ALLA FIAMMA

SCOPO: Verificare la colorazione di alcuni elementi posti su una fiamma.

* MATERIALE:becco bunsenfilo di Ni-Cr (lega metallica di Ni-Cr)bacchetta di vetrolente di orologioacido cloridrico* ELEMENTI: Ca, Ba, Li, K, Cu, Sr, Na.

* PROCEDIMENTO: Accendiamo il becco bunsen in modo che la sua fiamma sia a punta per trovare su di essa il punto più caldo. Scaldiamo la cima della bacchetta di vetro in modo da ammorbidirgli la punta e, prima che essa si risolidifichi facciamo penetrare il filo di Ni-Cr nella bacchetta. Per ripulire il filo, lo bagniamo nell’HCl e lo passiamo sopra la fiamma in modo da togliere il sodio depositatosi a contatto con il sudore della mano: noteremo un colore arancio, come, infatti, è la colorazione della sostanza.

Iniziamo l’esperienza: immergiamo la punta del filo nell’acido, poi nella prima sostanza e infine sulla punta del becco bunsen. Guardiamo attentamente il colore della fiamma e lo annotiamo sulla tabella. Stesso procedimento con tutti gli altri elementi, annotando i loro risultati.

Elemento-Colore

Ca ->Rosso vivo CALCIO

Ba ->Giallo-verde BARIO

Li ->Fuxia LITIO

K ->Violetto POTASSIO

Cu ->Verde-blu RAME

Sr ->Rosso chiaro STRONZIO

Na->Arancione SODIO

* CONSIDERAZIONE:

Con il saggio alla fiamma (identificazione, riconoscimento,…) si mettono in evidenza le colorazioni degli elementi, questo accade quando sono sottoposti ad un’eccitazione data dal movimento degli elettroni che prendono energia dal calore.

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Informatica: I malware

I MALWARE

le malattie del computer:

  • Scopo dei Malware:

Nella sicurezza informatica il termine malware significa un qualsiasi software creato con il solo scopo di causare danni più o meno gravi ad un computer o a un sistema informatico su cui viene usato. Il termine deriva dalla traduzione delle parole inglesi malicious e software e ha dunque il significato di “programma malvagio”; in italiano è detto anche codice maligno.

  • In cosa si dividono i Malware:

I malware si dividono in: Spyware, Virus, Worm e Trojan.

Di questi nomi elencati solo i Virus e i Worm sono curabili con un normale antivirus.

Mentre il Trojan e lo Spyware sono curabili con il Firewall che tradotto in italiano dalle parole fire e wall significa, muro di fuoco.

  • I Spyware:

spywareGli Spyware sono software o programmi utilizzati per “spiare” e quindi raccogliere informazioni e abitudini degli utenti infettati da loro. Le informazioni catturate possono essere: password, numero della carta di credito o documenti interi e una volta raccolte, vengono solitamente inviate via internet agli utenti designati dai programmatori degli spyware o organizzazioni che le utilizzeranno a loro favore. Gli Spyware agiscono senza che l’utente si accorge, mentre sta utilizzando il PC. I Spyware si possono curare con il firewall.

 

  • I Worm:

wormUn worm, che significa verme, è una particolare categoria di malware in grado di autoreplicarsi. È simile ad un virus, ma a differenza di questo non ha bisogno di unirsi ad altri tipi per diffondersi.

Di solito un worm modifica il computer che infetta, in modo da venire usato ogni volta che si avvia la macchina e rimanere attivo finché non si spegne il computer o non si arresta il processo. Il worm tenta di replicarsi sfruttando Internet in diverse maniere.

Il mezzo più comune impiegato dai worm per diffondersi è la posta elettronica, ricerca indirizzi e-mail memorizzati nel computer ospite ed invia una copia di sé stesso come file allegato a tutti o parte degli indirizzi che è riuscito a raccogliere. I messaggi contenenti il worm utilizzano spesso tecniche per indurre il destinatario ad aprire l’allegato, che spesso ha un nome che permette al worm di camuffarsi come file non eseguibile. I worm si possono curare con l’ antivirus.

  • I Virus:

virusUn virus informatico è simile ad un virus biologico: si tratta di un piccolo programma, che contiene una serie di indicazioni di cui alcune sono usate alla modifica dell’intero programma.

Dopo la fase “riproduttiva”, i virus informatici iniziano a svolgere attività di varia natura: distruttive e di modifiche.

I virus informatici, come quelli biologici, sono pericolosi perché si diffondono come delle epidemie.

Si divulgano tramite il trasferimento di files infetti da un computer ad un altro e possono attaccare computer collegati fra loro in rete.

Mentre i virus della prima generazione attaccavano soltanto i file eseguibili. I virus sono curabili con l’ antivirus.

  • I Trojan:

I trojan è un tipo di malware, significa “Cavallo di Troia”.

troianI trojan non si diffondono autonomamente come i virus o i worm, quindi richiedono un intervento diretto da quello che lo usa per far giungere il software maligno alla vittima. A volte agiscono insieme perchè un worm viene iniettato in rete con l’intento di installare dei trojan sui sistemi. Spesso è la vittima stessa che, involontariamente, non prestando attenzione ai siti che sta visitando, ricerca e scarica, un trojan sul proprio computer, dato che i cracker amano inserire queste “trappole” ad esempio nei videogiochi piratati, che in genere sono molto usati da tante persone. Vengono in genere riconosciuti da un antivirus aggiornato come tutti i malware. Se il trojan in questione non è ancora stato scoperto dagli antivirus, è possibile che esso venga rilevato dai firewall che possono curare il computer da questi.

  • L’ Antivirus:

Il software antivirus è un programma che individua, previene e disattiva o rimuove programmi dannosi, come virus e worm. Puoi proteggere il computer dai virus usando vari antivirus. I virus informatici sono software progettati per interferire con il funzionamento della macchina, registrare, corrompere o cancellare dati o diffondersi ad altri computer e attraverso Internet. Per prevenire i virus più recenti, devi aggiornare regolarmente il tuo antivirus. Puoi impostare la maggior parte degli antivirus in modo che si aggiornino automaticamente.

  • I Firewall:

I firewall sono dispositivi software od hardware posti a protezione di alcuni dei malware più pericolosi come il Trojan e lo Spyware. Certi computer hanno un firewall integrato e attivato per impostazione predefinita. Se nell’abitazione sono presenti due o più computer, o in caso di una piccola rete aziendale, è importante proteggere ogni singolo computer. È necessario disporre di un firewall hardware per proteggere la rete, ma è anche richiesto un firewall software su ciascun computer per impedire la diffusione di un virus attraverso la rete nel caso in cui uno dei computer venga infettato.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

  1. http://scuolapascoli.wordpress.com/category/i-pericoli-della-rete/
  2. http://apps-blogger.blogspot.it/2012/10/love-letter-worm-virus.html
  3. http://tips4trickers.blogspot.it/2012/09/difference-between-viruswormstrojan.html
  4. http://ilblogdigianni.altervista.org/cosa-sono-i-virus-informatici/

 

 

Senza nome di Federica Valentini

Guardava le migliaia di persone che gli passavano giusto ad un centimetro dalle scarpe senza degnarlo di uno sguardo; alcuni gli lanciavano monetine nel cappello, altri arricciavano il naso e trascinavano lontano i loro pargoli, perche` per molte persone vagabondo fa rima con pervertito, malato di mente, ubriacone, e Dio solo sa cos’altro. Senzanome non era cosi`. Aveva avuto una vita complicata, certo;sua madre aveva perso il secondo bambino dopo pochi giorni dal parto e,da quel momento , non aveva piu` sorriso ne` parlato. La sua esile figura era stata avvolta da una coltre di fumo, ele sue risate erano state sostituite dal continuo gracchiare di una tv sempre accesa. Suo padre invece sfogava le frustrazioni della vita sul figlio superstite; uno dei pochi ricordi dell’infanzia di Senzanome erano gli occhi vuoti di sua madre che lo fissavano, la bocca che esalava fumo mefitico e che lo guardava un attimo, inerte e apatica, prima di tornare con lo sguardo sullo schermo ed alzare il volume per coprire il suono delle cinghiate che suo padre gli infliggeva. Non ricordava il suo nome di battesimo, percio` tra i suoi pari raminghi era soprannominato Senzanome. Era scappato di casa a 16 anni,e, nei trenta che ne erano seguiti aveva cercato di dimenticare tutto l’opprimente degrado della sua vita precedente, compreso il suo nome, anche se gli sembrava di ricordare, pur non avendone la certezza, che fosse Giovanni. Forse per molti poteva essere incomprensibile, pero` la`, in strada, aveva trovato la serenita` e aveva stabilito delle regole d’oro per mantenere intatta la sua dignita`: non si uccide, non si ruba, non si picchia, non si dorme nei cassonetti, non si mangiano rifiuti, non ci si ubriaca fino a perdere il senno, o fare altre cose, come quelle che temevano le spaventate madri che trascinavano via i loro bambini .Era assolutamente irreprensibile. In quel momento Senzanome se ne stava seduto, appoggiato ad un tiepido muro, in una mite giornata di maggio, con il muso della sua Lilly in grembo. L’aveva trovata qualche anno prima : il pelo nero ed irsuto, la zampa anteriore destra mancante, e lo sguardo risoluto. Aveva deciso lei di seguirlo, ed ora andavano d’amore e d’accordo. Senzanome osservava la folla. Sapeva chela maggior parte delle persone biasimava il suo stile di vita, lo considerava folle. Ma era lui a non capire gli altri; vivevano in un mondo fatto di pregiudizi, per loro ogni persona di colore era un ladro, ogni vagabondo un pervertito,mentre Senzanome sapeva che persone violente ed incontrollabili si potevano nascondere in chiunque, come suo padre: rispettabile, stimato in ufficio, terribile aguzzino del figlioletto a casa. “Ma guardali”pensava, “ Corrono, corrono, non hanno tempo per fermarsi ad osservarla bellezza del mondo, l’unicita` di un fiore, la rarita` di un arcobaleno, la potenza di un temporale….”Se vivere in seno alla societa` voleva dire questo, lui preferiva vivere cosi`, libero in un mondo in cui non avrebbe mai finto di non vedere una persona in difficoltà. Preferiva camminare lentamente per contemplare il paesaggio, invece di correre verso l’inevitabile arrivo che tutti raggiungono, perche` a quel punto non si puo` piu` tornare indietro. La sua scelta di vivere distaccato dalla societa`, dunque, non gli sembrava dettata dalla pazzia, o da una forma di inadattabilità`: gli sembrava assennata, giusta, e perfetta per lui, che, visto il ballo che si doveva ballare in quel mondo, preferiva restare a guardare.
Federica Valentini I B liceo delle scienze umane

senza

Il fazzoletto bianco di Federica Valentini

IL FAZZOLETTO BIANCO di Federica Valentini

La grande nave torreggiava vicino al porto mentre amici e parenti si salutavano:- Ah! Gia` mi manchi sorellina!- Raff ha circa 20 anni, e si guarda intorno.Lui deve partire per forza, essendo un addetto alla nave, ma gli sembra una vacanza,e mentre vede tutti quegli abbracci e quei pianti,gli sembra che alcuni siano veramente esagerati.Sua sorella Mary ha voluto accompagnarlo, ed adesso guarda la nave come se fosse un grande mostro pronto ad inghiottire tutti quei visi giocondi.

– Ciao Raff,sta attento!- Lui ride di quell` espressione preoccupata:- Non dirmi che credi veramente alle parole di nostro padre !?- Ride ancora :- Il Titanic e` inaffondabile,nemmeno Satana in persona potrebbe scatenare abbastanza furia per farla andare sott` acqua!!- Raff lo crede veramente,altrimenti non si sarebbe mai imbarcato,eppure le parole di suo padre lo seguivano come un` ombra fatta di tormento e di incertezze. “ Non salire figliolo,quella nave e` una sciagura,portera` solo dolore,non salire o non scenderai piu`!” L`espressione con cui l`aveva detto lo accompagnava nei sogni ormai da due giorni. Eppure faceva parte dell `equipaggio,non poteva tirarsi indietro.La folla intanto si muove verso un punto unico,presa da un improvviso entusiasmo.Raff deve sbrigarsi,ma Mary e` ancora insicura ; allora il ragazzo prende il fazzoletto di stoffa che lei tiene in mano e le dice:- Senti,ti prometto che questo fazzoletto ti verra` restituito!- Poi la bacia e parte,si mescola tra la folla, un viso felice tra tanti altri volti identici. La nave si stacca dal porto, come una grande balena nera che ha aspettato tanto per poter prendere il largo.Tanti fazzoletti si alzano e punteggiano il cemento grigio di bianco: il bianco della speranza. Sono molto simili a quello di Mary, pero` il suo non e` li` tra le sue mani, ma nella mano bruna del fratello,ed ora anche lui guarda il cemento punteggiato di bianco,il bianco di una promessa,il bianco di un addio,il bianco di un iceberg che aspetta a chilometri di distanza,il bianco che tra non molto si tingera` di rosso.

Il piccolo Martin cammina per la spiaggia quando vede qualche cosa ammucchiato sulla riva, lambito dalle onde del mare,quasi quest` ultimo si fosse pentito di averlo ridato alla terra, e adesso se lo volesse riprendere.Il bambino si avvicina e vede un fazzoletto,uno di stoffa,e` assai rovinato e non piu` cosi` bianco.Martin fa per ridarlo alle acque quando vede scritto M.W.e si ricorda di una favola che gli raccontava sua nonna Mary:parlava di un ragazzo che era partito su una nave e non era piu` tornato, ed il suo spirito non avendo tomba, era andato a riposare su di un fazzoletto con ricamato M.W.Chissa`,forse alla nonna avrebbe fatto piacere averlo, e cosi` si incammina verso casa con la sua scoperta in mano,mentre il sole cede il posto alla luna, bianca,come una promessa mantenuta.

Consapevolezza di Federica Valentini

CONSAPEVOLEZZA

La lezione che molti  imparano da adulti io l`ho appresa quando avevo 11 anni . La mia famiglia non era ricca, ma non sarebbe stata neanche povera se mio padre non avesse avuto il vizio del gioco.Noi non lo sapevamo, lo abbiamo  scoperto dopo, quando lui ha detto a mia madre di essere pieno di debiti. Ci ha raccontato che all` inizio era un trastullo , che lo faceva cosi`, tanto per  rilassarsi,  e stare in compagnia dopo il lavoro, si era accorto solo in seguito di non riuscire piu` a smettere. Lui perdeva soldi in tutto, dal poker alle corse di cavalli ,non disdegnava nulla, e ogni giorno spariva un po` di denaro . Ci siamo dovuti trasferire, mia madre non lo ha cacciato di casa come io e mio fratello Robin avevamo immaginato avrebbe fatto  , forse perche` sentiva  qualche cosa verso di lui piu`  forte di tutto cio`  che era successo, che poteva addirittura farle dimenticare tutti  i guai che  quell` uomo  aveva causato. Quando ci siamo trasferiti avevo solo nove anni ed amavo il posto da cui mi avevano strappato, in quel luogo ero nata e  cresciuta, avevo mosso i primi passi, per me  e mio fratello era stato uno shock. L` inserimento in una nuova scuola non e` stato facile. Il tempo e` passato, io e Robin siamo cresciuti e mio padre  ha cercato di  curarsi, per un periodo e` sembrato uscirne..ma  poi si lasciava  tentare  e la storia ricominciava, Mio padre non ha mai avuto  un carattere deciso. A differenza sua e` stata mia madre a prendere in mano la situazione , si e` trovata  un  lavoro, ha comincio a controllare mio padre e quando per la seconda volta  e` ricaduto nel vizio lo ha cacciato di casa per alcune settimane , poi pero` lo ha riaccolto e , sempre per quella stessa ragione,quel forte sentimento che attanagliava entrambi….che io allora non capivo.In una situazione  come questa io e Robin stavamo fuori casa il piu` possibile .Quando ho iniziato ad andare in prima media ho cominciato  a preoccuparmi  del mio aspetto , a dire la  verita`  non era una preoccupazione, bensi` una vera e  propria  ossessione  ma, vista la situazione finanziaria della nostra famiglia mia madre cercava di risparmiare su tutto,e piu` volte mi ritrovavo ad indossare le scarpe e gli abiti smessi di Robin e di questo mi vergognavo profondamente. Mi vergognavo perche` non potevo fare a meno di confrontare il mio abbigliamento con quello degli altri compagni della mia classe.I miei genitori avevano risparmiato..beh, a dire il vero mia madre aveva risparmiato su tutto per mandare me e mio fratello in una scuola privata, che ci potesse seguire nello studio anche nelle ore pomeridiane,quando lei non c`era e lavorava…ma  di questo spesso me ne rammaricavo perche` buona parte degli alunni era gente ricca, sempre ben vestita, che non proveniva da un ambiente come il mio.Non mi ero fatta degli amici nei primi mesi scolastici e di questo mi crucciavo. Ero vanitosa, lo ammetto, ed anche orgogliosa, ed il fatto che la gente mi isolasse la ritenevo una ferita al mio orgoglio, una profonda offesa. Robin invece non se ne curava,era selvatico,gli piaceva arrampicarsi sugli alberi e stare all`aria aperta,ma era anche intelligente ed acuto,un osservatore, e avrebbe potuto farsi molti amici se gli altri non l`avessero giudicato alla prima occhiata superficiale..ma lui guardava quelli snob con la stessa sufficienza con cui loro guardavano lui..rette parallele che non si sarebbero mai incontrate. Cosi` ho trovato giusto, ad un certo punto, confidargli i miei problemi…e nei suoi occhi, per un attimo,ho visto la stessa espressione che gli balenava in faccia quando guardava i ragazzi della nostra scuola.

“ Puoi farcela ” mi ha pero` risposto.

“Se ti impegni puoi diventare come loro, farti accettare dal gruppo”.

Infantile com`ero ho preso queste sue parole come un incoraggiamento. In seguito ho cambiato modo di vestire,mettendo in scena grandi suppliche perche` mia madre mi comprasse gli abiti che andavano di moda nella mia classe. Ho cominciato anche ad imitare le ragazze della mia scuola, con quei loro atteggiamenti sciocchi , fino a peggiorare di proposito nelle materie per non sembrare “ quella fissata”..troppo studiosa…Ben presto mi sono trovata delle amiche. La mattina mi svegliavo, mi mettevo il mio bel vestito, partecipavo ai discorsi del mio nuovo gruppo.Si`, mi sembravano a dir poco infantili e futili, ma cercavo di sembrare interessata ugualmente. Un giorno pero`, mentre mi avvicinavo come al solito per chiacchierare mi sono accorta che parlavano di me. E allora mi sono nascosta vicino al portone scolastico ed ho origliato. Mi prendevano in giro in modo cattivo, perfido..si prendevano gioco dei miei vestiti,pallida imitazione del loro abbigliamento firmato,del mio carattere, e del mio disperato tentativo di sembrare come loro. Quel giorno non sono andata a scuola,non volevo vederle ed essere beffata.Come sempre mi sono confidata con Robin.Lui mi ha guardato e mi ha detto che dovevo imparare una lezione importante: non avrei dovuto cercare di assomigliare a quelle ragazze, cercare di uniformarmi sempre di piu` a quel branco di gente tutta uguale,non dovevo aver paura di essere quel che ero, perche` le persone a cui non importa sapere come sei realmente ti etichetteranno comunque, e niente,se sono  veramente convinte di cio` che pensano, fara` loro cambiare idea, perche` non vorranno onestamente conoscerti. Per questo dovevo continuare ad essere me stessa, con le mie idee, e le mie differenze, e non cercare di essere un giocattolo in un mare di altri giocattoli tutti uguali.Da quel giorno mi sono tolta quella maschera che non mi apparteneva.Ho ricominciato ad indossare i vestiti di mio fratello, ed anche quando la nostra situazione economica e` migliorata, ed io mi sono potuta permettere vestiti miei,senza sacrifici ulteriori della mia famiglia, non sono tornata piu` con quelle mie vecchie compagne, anzi, io e Robin abbiamo chiesto di essere iscritti in una scuola pubblica. Anche li` ho trovato persone che mi consideravano solo per la storia della mia famiglia, ma io li guardavo, sorridevo, e me ne andavo dai miei amici, contenta di essere me stessa, consapevole di non essere diventata come coloro che mi giudicavano.

Io sono Laura. Federica Valentini.

Io sono Laura
Non la vedrà, no, non potrebbe vederla neanche se fosse attenta, e quel giorno non è attenta, fa caldo, troppo caldo per essere luglio e sua figlia calcia contro il sedile, urla, e lei si gira per gridarle di stare zitta, ed ecco, in quel momento… mi investe. Volo. Vedo le macchine che inchiodano, vedo i volti terrorizzati e sgomenti delle persone che portano a casa la spesa e non si aspettano questo; il sole mi acceca, penso che forse avrei potuto arrivarci, lì, al sole e vivere per sempre nella luce, ma il volo si arresta, precipito giù, non sento dolore, forse sollievo, sto per morire. C’è molto silenzio attorno a me, le persone si affollano, ma non dicono una parola. Sento uno strano calore alla testa, mi tocco la nuca e guardo, quello è …”SANGUE”. La bambina che calciava nella macchina è scesa. “Torna in macchina!”. Questa è sua madre. Sembrano entrambe spaventate, io invece sono così calma, anche se il cuore mi batte forte in petto. “Morirò” penso e non c’è paura in questo pensiero. Sento un’ambulanza, forse è per me? No, io morirò, questo è sicuro. Guardo il cielo, è pieno di rondini, no aspetta, quelli sono angeli. Vorrei continuare a guardare, ma all’improvviso diventa tutto così……
Buio. Sono nel buio, galleggio. Vorrei sentire qualcosa, perché c’è tutto questo buio? Provo ad urlare, vorrei che qualcuno mi sentisse, sono sola in un pozzo buio.. Non so chi sono…. Se almeno lo sapessi potrei iniziare da lì, ma non lo so. Ho davvero paura. “Non morire”. Chi è? Perché mi chiede di non morire? Esisto per qualcuno, è molto consolante. “Fallo per me, ti prego, non morire”. Sembra molto triste, la voce in lacrime. Nel buio in cui galleggio potrei fare due cose, scendere in basso o salire in alto, credo che scendere significhi morire, poco fa volevo farlo, ma la voce proviene dall’alto, quindi comincio a salire. Luce! Troppa luce, negli occhi chiusi. Troppi rumori. “ Sono viva”. “Non morire”. Non è la mia voce, non so chi sia. Ho paura ad aprire gli occhi, ma devo farlo. Sono in ospedale, sento l’odore irritante di pulito, le pareti sono di un azzurro leggero che mi infastidisce un po’. Sono sola in questa stanza, a farmi compagnia solo le macchine con i loro ronzii. Non so il mio nome. Non so il nome dei miei genitori. Non so perché sono qui. Non so niente. Ricordo solo una voce che mi dice “ non morire”. No, non morirò. Forse sarebbe meglio tenere gli occhi chiusi, fare finta di dormire, ma arriva un’infermiera, quando mi vede si blocca sulla porta. “Sei sveglia”. E’ un’affermazione o una domanda? “Oh, grazie al cielo ti sei svegliata.” La sua voce è piena di sollievo ed affetto, ma troppo acuta, mi dà un tremendo mal di testa. Mi tocco la testa bendata in cui rimbomba una voce, “SANGUE”: è quella di una bambina spaventata a morte. Altre infermiere si sono radunate attorno a me, parlano, urlano, mi fa male la testa. Svengo. Mi risveglio. Vedo tre persone, sono appena entrate. La prima è una donna non più giovane, in lacrime; i capelli biondo-rossicci le cadono sulle spalle, si tampona gli occhi di un verde brillante con un fazzoletto. Noto che le unghie sono mangiucchiate e poco curate. Indossa una maglia sformata che le ricade su jeans consumati. All’improvviso ho una certezza, questa è mia madre, però non ricordo il suo nome. Penso: “ Perché non mi rassicura? Perché piange e basta?”. Mi sorprendo della durezza di questi pensieri. L’uomo che le sta accanto le circonda le spalle con un braccio. A differenza di mia madre, lui è vestito in modo impeccabile, tutto in quell’uomo ricorda l’ordine: i capelli scuri perfettamente pettinati, gli occhi azzurro ghiaccio, il mento sbarbato. In braccio ha un bambino di circa un anno. Non so chi sia questo bambino, ma provo istintivamente un forte amore per lui. Mi sporgo verso di lui. “ Fermati. Ti strapperai tutti questi… oh, la mia povera bambina.” Singhiozza mia madre. “ Quella donna al volante era certamente ubriaca, come si può investire una bambina sulle strisce pedonali, maledizione!”, esclama l’uomo. Mi ha chiamata bambina, mi dà fastidio. Non riesco a staccare gli occhi da quel piccolo cherubino, ha la testolina piena di ricci dorati, gli occhi di un azzurro profondo e le guance rosse come due mele mature. Non so il suo nome, ma non ho dubbi su chi sia. “ Dammi il mio fratellino”, chiedo all’uomo. Ora che ho il piccolino tra le braccia mi sento meglio. Voglio sapere cosa mi è successo, ne ho bisogno. Lo chiedo. Mi raccontano, anche se è soprattutto l’uomo a raccontare. Quel giorno ero uscita di casa per fare la spesa. “ Mi aiuti così tanto, amore mio”, singhiozza mia madre. Mentre attraversavo la strada era arrivata una macchina che mi aveva investita. Avevo fatto un volo di circa due metri, poi ero caduta battendo violentemente la testa. Ero stata in coma per tre settimane. Le infermiere dicevano che forse non mi sarei più risvegliata, “ e invece”… Il risultato erano quattro costole rotte, un trauma cranico e un intervento d’urgenza, tre settimane di coma e, a quanto pare, l’amnesia totale. “Tu non ricordi assolutamente nulla del tuo passato, vero?” Scuoto la testa. “ Lo sapevamo”, dice mia madre con una strana tranquillità, “ il dottore ci aveva detto di questa possibilità”. In quel momento sento l’urgenza di chiedere la cosa più importante: “ Come mi chiamo?” “Laureen”, dice l’uomo. “ Laura”, dice mia madre, ma quando l’uomo le lancia un’occhiataccia lei aggiunge: “Volevi che ti chiamassi così”. Il giorno dopo vedo allo specchio la mia faccia, orribilmente contusa ma non brutta, con il naso leggermente all’insù, gli occhi verdi e un po’ di lentiggini, i capelli corvini e lisci. Mi piaccio. Cerco di sorridere, fa male. Passo due mesi in ospedale. Mia madre viene a trovarmi, spesso con mio fratello. “ Io mi chiamo Sabrina e lui Teddy, come gli orsetti, no? Gli vuoi bene e lui ne vuole a te, il tuo nome è stata la sua prima parola.” Mi parla anche dell’uomo. “ Non è tuo padre, tesoro. È morto quando avevi quattro anni. Lui ci ha accolti in casa, ti ama come una figlia, ma litigate spesso, questo mi spezza il cuore.” “ Come si chiama?” “Tod. Teddy è nostro figlio… ma lui non fa preferenze”. Mi colpiva il fatto che fosse sempre vestita in modo così sciatto, mi sembrava maleducato parlargliene, ma un giorno lei mi dice spontaneamente. “Lui non vuole che mi vesta in modo appariscente, dice che questi abiti”, e li indica, “sono più adatti alla mia età, sai ho quasi 40 anni”. La rivelazione di quanto mia madre sia assoggettata mi sconvolge.
Finalmente torno a casa. Non posso dire che la casa sia accogliente. È spaziosa, bella, ma non accogliente. Le pareti sono piene di strani quadri, “arte moderna”, ma non c’è neanche una mia foto: alcune ritraggono Tod e mamma, altre Tod e Teddy, molte solo Tod, io non ci sono, potrei essere un’ospite in visita per pochi giorni. Camera mia è diversa. In contrapposizione alle pareti bianche ed ai quadri monocromatici, mi accolgono pareti schizzate di ogni colore possibile e come unico quadro troneggia “ la notte stellata” di Van Gogh. È bellissima. “ L’avete tinteggiata tu ed una tua amica” spiega Tod sbrigativo. “ E come si chiama?” “ Emily”. Lo dice come se fosse una parolaccia. Tod non dice parolacce, e non impreca perché è molto religioso. “ Andiamo a messa ogni domenica. All’inizio tu e tua madre non volevate, soprattutto tu… sei alquanto …..ribelle, ma adesso ci tenete quanto me.” Mi chiedo perché questa mia amica, Emily, non venga mai a trovarmi, forse prima dell’incidente avevamo litigato? Le giornate estive passano lentamente. Per me è tutto nuovo; cerco di ricordare, è il mio passatempo e ho recuperato qualcosa, per esempio durante il pranzo mi sono ricordata che a Teddy piace tantissimo il formaggio. Tra poco ricomincerò la scuola, andrò in seconda superiore. Tod mi voleva cambiare classe perché dice che “frequentavo brutte compagnie”. “Prima dell’incidente eri diventata sfrontata, egoista e irrispettosa, ho pregato molto per un intervento divino”. Però quando l’ha chiesto al preside ormai era troppo tardi, così tornerò nella mia vecchia classe. È il mio primo giorno di scuola, anche se è novembre, sono molto agitata, mia madre dice che di solito vado a scuola in bici o a piedi, ma aveva paura che mi perdessi, così mi ha portato lei. Ci metto dieci minuti per trovare la mia classe. Mi avvicino alla porta, tremante, con le mani sudate mi appoggio sulla superficie scura e fredda; quella stanza contiene persone che saranno felici di vedermi, che mi amano, ma che deluderò, perché per me sono estranee. Respiro a fondo, spingo la porta…. “BENTORNATA” urlano in coro 24 voci maschili e femminili, io mi ritraggo spaventata da tutto questo calore. Una signora di circa sessant’anni mi si avvicina e mi tocca una spalla. Si presenta e poi fa la stessa cosa con ogni alunno. Troppi nomi, smetto di ascoltare. I banchi sono a coppia, mi hanno conservato un buon posto in terza fila, vicino ad una ragazza che non mi stacca gli occhi di dosso da quando sono entrata. Mi siedo, la donna che mi ha accolto è la prof di italiano, comincia la lezione e parla di Verga. Assisto ad altre due lezioni, persone sorridenti chiedono della mia salute, non dico che ho perso la memoria. Intanto il calore è scomparso dal volto dei miei compagni, mi fissano o cercano di non farlo, fissano le mie cicatrici, la mia paura, vedono il mio incidente, il volo, la caduta, il coma, sanno tutto, lo sento. La ragazza vicino a me non parla, non ha proferito parola, neanche “ciao”, neanche “passami la penna”, neanche “prof, posso andare in bagno?” Niente, non le interessa sedere accanto alla ragazza che ha dormito nel coma e si è risvegliata. Campanella: ragazzi che si alzano, panini che escono dagli zaini, pizze che vengono comprate, tè dietetici ai distributori, è l’intervallo. Tiro fuori il panino col salame, me lo son fatto questa mattina di fretta. Mi piace il salame o lo odio? Non lo so. È stato un gesto meccanico farmi la merenda. Non sono in vena di stare tra la gente, salgo tre rampe di scale, c’è un’aula abbandonata, vuota, nessuno la usa, l’aula del terzo piano, so che la chiamano così. La apro. Sa di buio e di chiuso, accogliente come una casa. Mi metto nello spazio tra il muro ed il termosifone tiepido, non è stretto, ci starebbero due persone. Mangio nella penombra. All’improvviso la porta si apre, mi vergogno di essere così solitaria, penso che sia una bidella. Invece no, è lei, la mia compagna di banco, si avvicina ed io sono quasi contenta, ma perché? Chi è lei? “ Laura, mi fai spazio?, dice, ma io non l’ascolto, perché ad un tratto ricordo, è lei Emily, abbiamo dipinto la stanza insieme, lei mi ha detto “ Ti prego, non morire”. Ho trovato la voce, quella voce. È Emily. Stordita le faccio posto, lei si siede. “ Lo sapevo che eri qui, se succede qualcosa, ti nascondi qui. La prima volta che ti ho notata era nei primi giorni di scuola, volevo parlarti all’intervallo ma sei scappata, ti ho cercata ed eri qui, mi sembravi abbandonata, un cane randagio. Abbiamo parlato e ci siamo piaciute.” Sorride. “ Io non mi ricordo di te”, le dico. Il sorriso diventa una smorfia. “ Lo so, l’ho capito subito.” “ Mi dispiace.” Lei ride. “Non è colpa tua”. Mi racconta della sua famiglia. “ Mia mamma aveva 16 anni quando ha avuto me, mio padre 18, ha preso la macchina e addio”; la madre l’ha cresciuta insieme alla nonna, “ma quando avevo 5 anni siamo rimaste io e mamma…e Bonny, il gatto che non mangia i topi”. Ora vivono in una piccola casa, la madre è insegnante per mestiere e pittrice per passione, e loro sono sempre al verde. “ Però va bene lo stesso”. Mi racconta ancora un po’ della sua famiglia, poi io le parlo della mia. “ Tod…ha qualcosa di freddo…non lo so”. Lei annuisce “ E invece io lo so”. Mi acciglio. “ Cosa?” All’ improvviso suona la campanella, un trillo acuto che ci fa sobbalzare. “ Senti, cosa ti ha detto tua madre sulla vostra famiglia?”. Il tono deciso si scontra con quello amichevole di poco prima.“ Dice che con Tod litigavo spesso, ma che gli voglio bene, che è come un padre per me, dice che siamo una famiglia felice, normale”. Mi sento l’amaro in bocca, e qualcosa dentro di me dice “ Bugie, bugie”. Emily mi guarda attentamente. “ Un giorno ti regalai un diario, dicevi che non ne avevi mai avuto uno e che c’era il rischio di dimenticarsi dei fatti accaduti, proprio di quelli che non andrebbero dimenticati”. Passo il resto delle lezioni in trepidazione, devo trovare quel diario, per capire. Ultima ora. Suona la campanella. Salto su come una molla, raccolgo le mie cose, prendo la giacca, corro verso l’uscita. Una mano mi afferra quando ormai sono sulla porta dell’aula. È Emily. “ Facciamo la strada insieme, di solito”, “ Mia madre mi ha portato in auto”, “ Ma non verrà a riprenderti”. Chiacchieriamo, della scuola, dei prof, lei racconta ricordi persi tra il sangue dell’incidente. All’improvviso le chiedo: “ Dov’è il diario?” “ Questo non lo so, ma dicevi sempre che se cerchi una cosa e questa vuole essere trovata, allora ti chiamerà”.
Sono in camera mia, nessuno è in casa, a parte Teddy. È in braccio a me, la testolina appoggiata al mio petto. Piangeva. L’ho preso in braccio, si è calmato. Lo appoggio sul mio letto, dalla sua bocca esce un lamento acuto. “ Noo, non piangere di nuovo” Afferro il marsupio che tengo su di una mensola, prima non ricordavo il perché di quel marsupio, ora si. Metto il mio fratellino piagnucolante nel marsupio a contatto con la mia pancia, si rilassa immediatamente. Sorrido, ma è ora della ricerca, comincio a camminare, piano, senza fretta, per la stanza. Dondolo le braccia, osservo con gli occhi socchiusi e sfioro gli oggetti. “ Vieni fuori, vieni fuori, non vuoi essere trovato?” Cerco nella memoria ferita dei ricordi, vedo legno, polvere, una ragnatela con un ragno ed una mosca che si contorce nella sua trappola, ora lo so, è dietro la scrivania. Teddy si è riaddormentato, lo sfilo dal marsupio, lo distendo sul mio letto e sposto la scrivania. Eccolo, è in pelle, carino, le pagine solo leggermente impolverate. C’è un ragno che troneggia con la sua ragnatela sul diario, ricordo che lo chiamavo Lancillotto, il guardiano del diario. Rido, ieri ho trovato una mosca senza un’ala girovagare per casa, istintivamente l’ho presa e messa in un barattolo sotto il mio letto, adesso ricordo il perché. Prendo il barattolo, raccolgo la mosca, la dò a Lancillotto… Volevo che restasse, non avevo paura dei ragni o forse si, ma mi passò quando seppi che Tod ne aveva la fobia. Tod non voleva cani. Tod non voleva gatti. Né pesci rossi. Né criceti. Io mi ero presa un ragno. Frammenti di memoria che escono dalla sabbia. Non mi piacerà quello che troverò nel diario, già lo so, ma certe cose non vanno dimenticate. Sfioro la copertina di pelle liscia, cerco un po’di coraggio e trovo la curiosità di sapere. Qui dentro c’è la mia vita. C’è Laura. Lo apro, comincio a leggere.
8 novembre. Sono chiusa in camera mia, a chiave. Lui mi ha detto” non uscire”. È l’ora di cena, non mangerò oggi. Sono così arrabbiata. Che cosa ho fatto, cosa ho fatto? Lo so io che cosa ho fatto. Mi sono truccata, mi sono messa il fard, il rossetto e l’eyeliner. Dovevo andare con Emily a vedere i fuochi dello spettacolo d’inverno, ma lui mi ha visto, ma lui mi ha detto “dove pensi di andare così?”. Non mi ha lasciata rispondere. Il primo schiaffo alla guancia destra “ Battona! ”Il secondo schiaffo sulla guancia sinistra “Donnaccia!” La sua morsa nel braccio mi fa male. Ho guardato i suoi occhi azzurri di ghiaccio. Aveva un leggero sorriso che scopriva i denti. Non piangevo. Ho ancora la mia dignità. Mi sono drizzata. Gli ho sputato in un occhio. Non so cosa dirà ad Emily, ma lei non ci crederà, lei sa. Vorrebbe che fossi come mia madre, che docilmente ha accettato di sottomettersi. Dopo una leggera azione di convincimento, ovvio. Ma cosa vuoi che sia un occhio nero? Io sono diversa. Io lotto.. Ho troppa fame per scrivere adesso. Auguro a tutti un buon sabato.
10 novembre. Forse dovrei raccontare la mia storia. Ho 14 anni, il mio nome è Laureen, ma mio padre mi chiamava Laura; era un buon padre, così mi dice mia madre, mi portava allo zoo, mi comprava le bambole, guardavamo insieme le rondini e lui diceva:” Guarda, Laura, i nostri angeli che ci proteggono”. Mi voleva bene. È morto quando avevo 4 anni, si è schiantato con la moto. Tod era il datore di lavoro di mia madre, ha cominciato a corteggiarla, diceva che avrebbe fatto di tutto per lei, e per me, s’intende. Quando avevo solo 6 anni siamo andate a vivere da lui non solo perché mia mamma era cotta del suo bel capo, ma anche perché con il suo stipendio non riusciva a pagare l’affitto e da un mese vivevamo in macchina. Poi Tod cominciò a picchiare mia madre, per qualunque cosa. La pasta è scotta. Giù botte. La casa è sporca. Giù botte. Botte, botte, botte. Fino a quando lei non divenne docile e mansueta. Dopo le comprò i vestiti. Mia madre era sempre stata indipendente e aveva una sua bellezza, anche quando vivevamo in strada era sempre stata bella, ma Tod decise che era troppo bella, troppo indipendente e così per prima cosa decise di comprarle i vestiti, larghi e informi. Se non li indossava? Si sa cosa succedeva. Poi è nato mio fratello, Teddy, un nome da orsacchiotto. Pensavo che non sarebbe uscito niente di buono da Tod, ma Teddy è perfetto, è dolce e tranquillo. Volevo proteggerlo e per adesso è stato risparmiato, invece per me scontrarmi con lui era diventata un’abitudine, se la prendeva con me perché non ero docile, non ero la figlia perfetta che voleva. Sono andata all’ospedale almeno una decina di volte, sempre con una scusa diversa. La verità è che non riesco a sottomettermi, vivo da anni in questo inferno, ma non ci riesco. Le cose vanno meglio da quando conosco Emily. Erano i primi giorni di scuola superiore ed io non avevo amici, non ne avevo mai avuti molti, insomma quando a casa tua c’è una situazione del genere…. Comunque quel giorno ero tutta un dolore, Tod non aveva fatto sconti, era davvero nervoso perché il lavoro non gli andava bene, l’assistente che aveva preso per sostituire mia madre( che ovviamente doveva stare con i bambini) era un vero disastro, un’ oca senza cervello, e non era riuscito a concludere quell’ affare importante. La sera prima aveva deciso che gli ero passata davanti una volta di troppo. Avevo il labbro tumefatto e un sacco di lividi nella pancia, dove non si vede. Non avevo voglia di stare fra la gente, così mi ero nascosta nell’aula del terzo piano, l’aula dimenticata. Mangiavo e mi godevo il buio, poi la porta si è aperta, era quella ragazza coi capelli dritti e biondi e gli occhi blu, buoni però, non come quelli di Tod. Mi ha detto ciao, le ho risposto ciao. Il resto è venuto da sé. Non so perché le ho raccontato di Tod, di mia madre e di tutto, ma l’ho fatto, forse perché era un’estranea o perché la sua situazione familiare la conoscevano tutti e non era delle migliori. Da quel giorno siamo diventate amiche.
Il diario continua ma alla fine racconta quasi giornalmente le stesse cose, giorni di abusi. 15 novembre:…..mi ha rotto un braccio, il sinistro. Scrivo dall’ospedale. Emily mi ha portato uno di quegli orsetti di peluche con scritto “guarisci presto”. È quello sul mio letto. 16 dicembre:.. è uno dei suoi giorni bui, ci ha segregati in casa…Mi vengono i brividi. 25 dicembre:…ieri siamo andati alla veglia di mezzanotte, io non volevo, ma…, adesso odio la religione perché non sopporto quello che lui ama. Le sue mani si congiungevano al cospetto di un Dio lontano, le sue mani congiunte, le sue mani sul mio corpo, alla veglia prego Dio affinché lo uccida. Mi fa male leggere queste cose, anche…fisicamente, il mio corpo riscopre vecchi lividi, le mie ossa si spezzano di nuovo, ma il mio cervello, quello ricorda! Mi chiudeva in camera continuamente, continuamente. Una volta è entrato e…. “Tua madre non lo saprà mai” “NO” Oddio, ha detto.. “Devi compiacermi, devi fare la brava bambina, puoi fare qualcosa di buono anche se sei nata per sbaglio”. Sono scappata, lui ha tentato di starmi dietro, ma non ci è riuscito, sono andata da…..Emily! Emily! Oddio ti prego, apri!” “ Cosa succede?” “ Lui…Tod… è entrato in camera mia e mi ha detto…oh mio Dio” Le ho raccontato fra le lacrime e lei è rimasta con me, vicina e fedele. Ricordo che quel giorno mia madre era al mercato, quando è tornata le ho telefonato dicendo che avrei dormito da Emily. Tremavo come una foglia quella notte e quelle successive. Tod mi ha chiesto scusa, poi mi ha detto di non dirlo a…Dio, mi ha pregato di non farlo, non aveva paura della mamma ma di Dio sì. Faccio un respiro profondissimo, devo leggere, devo saperlo. 26 aprile: Tod è…non lo so, credo che sia pazzo, ma non sembra, non alla prima occhiata. Parla in modo calmo, ragionevole, è un avvocato, deve essere così, va in chiesa ogni domenica e parte del suo lauto stipendio va ai “fratelli africani”. Questo è Tod…o meglio, è la parte esteriore di Tod. Questo fa vedere al mondo. Può arrabbiarsi per un nonnulla, se la pasta è scotta la butta per terra, non solo il suo piatto, l’intera tavola, se non sei d’accordo con lui le parole si fanno aiutare dalle mani: un rimprovero, poi una sberla, un ceffone, un pugno, un calcio, l’ospedale. Vorrebbe che il mondo fosse a sua immagine e somiglianza. Mia madre vorrebbe che smettessimo di litigare, questo vorrebbe dire diventare come lei, e se dovesse entrare un’altra volta vorrebbe dire farlo rimanere. A volte, quando mi picchia, penso che intenda veramente ammazzarmi. Penso a mia madre che mi diceva quanto Tod mi amasse, come io amassi lui e come eravamo felici, una bella famiglia. L’amnesia era arrivata quando più serviva, mia madre poteva rimodellare l’immagine che avevo di Tod e trasformarlo in un uomo buono e amorevole. Ma il diario non l’aveva contemplato. 25 maggio: Tod ieri era infuriato, mi ha sbattuto contro il muro, avevo avuto un pugno, la mia bocca sanguinava e vi ha lasciato una macchia di sangue. Sangue. Rosso su bianco, un nuovo quadro di quelli che piacciono a lui. Sembrava un occhio che mi guardava. Oggi Emily è arrivata con dei barattoli di vernice, molti barattoli di vernice. ”E questi?” “ Il nuovo fidanzato di mia madre colora i muri”. Ho riso. “È un imbianchino, non colora i muri, li imbianca.” Ha fatto spallucce. “Che differenza fa? Dai, coloriamo il tuo muro.” Mi ha spiegato come coprire gli oggetti perché rimanessero puliti, non ci decidevamo sul colore, così li abbiamo usati tutti. Oh Emily. Lei è venuta a trovarmi all’ospedale, è sgattaiolata nella mia stanza quando Tod non c’era. Posso immaginare la scena: furtiva come un gatto randagio striscia quasi toccando le pareti, si infila nella mia stanza, mi vede, vorrebbe abbracciarmi, ma sono collegata a tutte quelle macchine, si avvicina, sussurra la sua formula magica e scappa via. Salto le pagine, arrivo all’ultima: 3 luglio: Non ci posso credere, è una cosa fuori della mia portata. Ho scoperto… mi vergogno anche a scriverlo, tutto il mio corpo si ribella, ma…Tod è mio padre, il mio vero padre. Cosa? Oddio, dimmi che non è vero. Me lo ha detto lei, me lo ha detto mia madre, io non riuscivo neanche ad ascoltarla, forse è stata colpa mia, l’ho messa al muro, ho cominciato ad urlare “ Perché non andiamo via, lo vedi cosa mi fa quel bastardo? Perché? Perché?”, e lei è scoppiata a piangere, come fa sempre, e mi ha detto” Perché lui è tuo padre, ti prenderebbe comunque, pensi che non riuscirebbe a toglierti da me?” Poi mi ha raccontato la storia, una storia che dà la nausea. Lei aveva cominciato a lavorare nel suo studio, era molto giovane ed era carina, molto carina, con i capelli biondi e gli occhi verdi e quella dannata voglia di vivere. Lui aveva solo dieci anni più di lei, era un avvocato, non di successo ma la sua spavalderia lo faceva sembrare tale. Lei si era sentita così felice quando le aveva chiesto di uscire. All’inizio andava tutto a meraviglia, lui le mandava fiori, le scriveva messaggi, diceva che non aveva mai conosciuto una donna più bella. Poi un giorno, lui la vuole, ma lei non si sente pronta, lui la schiaffeggia, le ha dato tutto ed adesso deve ricambiare, lei grida, non vuole, ma lui è forte…poi dopo resta accasciata fra le lenzuola, lui ha ottenuto quello che voleva. Lei se ne va, nel buio, cambia lavoro, cambia città, conosce un uomo, un fattorino. È timido, non bello ma carino, si chiama Ted ma si fa chiamare Teddy…Oh…Lei gli dice che è incinta e gli racconta cosa è successo, piange, lui l’abbraccia, le dice di non preoccuparsi, i bambini sono puri. La bambina nasce, ha i capelli scuri, gli occhi verdi, lei pensa che sia vero, i bambini sono puri, non vede il male in sua figlia. La chiamano Laureen, ma lui preferisce Laura, la bambina lo adora, sono una coppia fantastica, lo chiama papà. Poi un giorno il ghiaccio, lui slitta, una macchina, frena! È morto. Lei si dispera, deve andare avanti però, per sua figlia. E trova Tod, ormai sono alla fame, è costretta. Lui aspetta, come ogni buon predatore aspetta, e alla fine…lei cede, perché vivono in macchina e…. cade nella tela del ragno. Il resto lo so, Tod la annienta, lei ha così tanta paura che neanche si ribella quando se la prende con me. Rimane incinta di nuovo e nasce il piccolo, un angelo nato all’inferno; lei lo chiama Teddy, una segreta ribellione. Ma i bambini sono puri. Finita la storia. Io non sono nient’altro che una violenza, un esempio vivente della cattiveria di Tod. Vivente, si, ma forse non per molto. Ho il suo sangue avvelenato che mi scorre dentro, non ho mai desiderato così tanto essere la figlia del buon fattorino, ma non lo sono. Scusa Emily.
Non era un incidente, volevo distruggermi, dovevo lottare, ma quest’ultima brutale violenza mi ha schiacciato, non è stato un incidente, ora ricordo. “Non la vedrà”, pensavo, “non potrebbe vederla neanche se fosse attenta”, talmente estraniata da me stessa da parlare in terza persona, E poi la morte. Ma non sono morta, ho visto….gli angeli, era pieno di angeli, no, erano rondini, ma a me sembravano angeli.
Devo uscire da questa casa. Questa casa maledetta, ospite di tante violenze e tragedie quotidiane, mi sembra la grande tana di un mostro. Prendo Teddy, si sveglia, gorgoglia e piagnucola, poi si calma. So dove andare. Alla fine è lì che vado sempre. E poi dalla polizia, non basta ricordare, bisogna far sapere, forse mia madre non ne è capace, ma io sono diversa, io sono Laura, io lotto, e questa volta….fino in fondo.
Federica Valentini II B SU liceo Nolfi Fano

fedi

Lo Specchio. Federica Valentini.

LO SPECCHIO di Federica Valentini

7 giugno 2013 alle ore 9.17

Lo specchio

Le dico che dovrebbe smettere, non lo dico più con quella voce convinta delle prime volte ma quasi distrattamente.“Sai, dovresti smettere”,così come se niente fosse,perché so che non mi ascolterà, però ci tiene che lo dica, vuole che lo dica. Amy è lì,i capelli ricci color cioccolato un po’spettinati e l’aria assorta, sbatte le ciglia al sole, protegge gli occhi scuri con il braccio dalla pelle olivastra,coperto all’altezza della spalla da una maglietta rossa a maniche corte, l’ombelico ben visibile nella pancia piatta che termina dentro jeans tagliati alle ginocchia sottili mentre le gambe, come un fiume, sfociano nelle All Star bianche. Questa è Amy, perlomeno Amy questa mattina, appoggiata al muretto col sole che la scalda e l’abbaglia lievemente mentre osservo con un certo disappunto quel sorriso color rubino che le sfregia il braccio, dovrebbe proprio smettere.
“Perché l’hai fatto,Amy?”
Non sono in vena di litigare, oggi voglio solo saperlo.
“ Mamma ha fatto cadere un piatto, tu non c’eri, non ti sei fatta sentire tutto il giorno ed io non sapevo a chi dirlo, lei l’ha preso e l’ha fatto solo scivolare, così come se niente fosse, non è stato un incidente, lei voleva farlo e quando è caduto lei non ha fatto niente! Li ha lasciati lì! Ha lasciato i cocci lì! Prima di andare a dormire li ho raccolti.”
Non posso fare ameno di sentirmi in colpa, non mi sono fatta sentire per tutto il giorno, è vero, forse si sarebbe comunque tagliata, ma se io fossi stata lì sarebbe stato meglio. La madre di Amy non si comporta sempre come uno zombie, ma abbastanza di frequente ed Amy, se non può raccontarlo a me, lo racconta al coltello. Amy sbatte le palpebre e sembra risvegliarsi.
“Andiamo, Tom e Barbie ci aspettano.”
Pedala sulla bicicletta bianca, gocce di sudore le imperlano la fronte, fa caldo per essere maggio. Penso a quello che è successo. Sicuramente anche il padre di Amy ha visto i cocci, ma non li ha raccolti neppure lui, due zombie, povera Amy, deve essere stata una giornata pessima per lei, ho scelto proprio quel momento per non farmi vedere, avrebbe potuto farsi anche più male di così. C’è stato un periodo in cui i genitori di Amy non erano zombie, ridevano, scherzavano e raccoglievano i cocci dei piatti caduti, anche se era Amy che di solito li faceva cadere, è sempre stata più impacciata di Sammy…Un’improvvisa frenata ferma il flusso dei miei pensieri, siamo arrivati. Sento subito la voce squillante di Barbie che ci saluta. Tom se ne sta sdraiato sull’erba, assorto.Adoro questo parco, è sempre così pulito, così…magico, intorno a noi sento il vociare allegro dei bambini, l’abbaiare dei cani e l’incessante canto degli uccelli,bellissimo. All’ improvviso Barbie spezza la magia:
”Come te lo sei fatto quello?”
Accidenti, me ne ero dimenticata!Amy è bravissima a mentire e Barbara detta Barbie(anche se non sopporta quando la chiamano in quel modo)non brilla per intelligenza. Oggi Amy si limita a scrollare le spalle e a distendersi di nuovo sull’ erba, sotto il sole di maggio, nessuno ha voglia di indagare sui “graffi” di Amy. Barbie e Tom sono i suoi migliori amici, o almeno lei dice che lo sono,io le chiedo il perché e lei mi risponde che li conosce dall’asilo, ma allora non dovrebbero capire cosa le sta succedendo? Non dovrebbero aiutarla?A lei non piace quando faccio questo genere di discorsi. Stiamo una mezz’ora ad ubriacarci di sole come lucertole poi facciamo una passeggiata che termina con un immancabile gelato…è fresco, dolce e delizioso. Verso le sei io ed Amy lasciamo Tom e Barbie per tornare a casa. Non c’è niente di diverso dalle altre domeniche pomeriggio. Nessuno ha detto niente del braccio, neanche io con lei sulla bici.Neanche lei, con il taglio che le sanguina ancora un po’. Non ho intenzione di allontanarmi da lei per i prossimi giorni, forse m’illudo che la mia presenza possa evitare che si faccia male, sicuramente la mia assenza non migliora le cose. La casa di Amy è stupenda ed orribile allo stesso tempo, da fuori sembra uscita da una favola: è grande,bianca, sembra scolpita nella neve, quando la luce la tocca quasi brilla,è dolcemente abbracciata dall’edera le cui radici affondano nel morbido terreno di un rigoglioso giardino fiorito; dentro è diverso. Appena attraversiamo l’atrio ci accoglie il silenzio, forse non c’ènessuno, spero non ci sia nessuno. Ci muoviamo silenziosamente per casa,abbiamo paura di turbare il silenzio, quasi fosse un mostro addormentato che potrebbe ucciderci se si sveglia. Io non parlo, Amy non parla, silenzio, grande infinito silenzio. Arriviamo alla sala e lì vediamo sua madre, seduta sul divano che guarda la televisione, muta anche lei. I suoi occhi si posano sulla figlia e la trapassano, puntano al vuoto, neanche la saluta, niente turba il silenzio, poi i sui occhi tornano alla tv, sta guardando i filmati di Sammy senza audio, dovevo immaginarlo. Amy corre in camera sua, è furiosa. Sbatte la porta,il velo del silenzio va in frantumi. Scommetto che sua madre è sobbalzata. Amy si butta sul letto, affonda la testa nel cuscino,
“L’hai vista? è così da tre giorni, anche mio padre,lui almeno va al lavoro, lui almeno si veste!Hai visto che era in camicia da notte?”
Si che l’ho vista,ma adesso lei non vuole che le risponda, deve solo sfogarsi, io aspetto, spero non prenda il coltello. Sono passati tre anni, speravo che questa fase fosse superata, sappiamo entrambe che solitamente lei non è così, di solito pulisce casa, cucina, si trucca, si veste, non che rida o fischietti o chieda ad Amy come è andata la giornata, ma di solito si sforza di comportarsi normalmente,ma presto sarà il 28 maggio, il compleanno di Sammy, o perlomeno avrebbe dovuto esserlo, se non fosse successo quel che invece è successo. Sammy aveva un anno più di Amy, era alta, molto alta. Aveva dei bei capelli biondi, d’oro quando il sole li illuminava, era allegra, solare,rideva per tutto e per niente, e quando rideva Sammy ,rideva anche Amy. Un’estate,era fine agosto ed erano in vacanza in Sicilia, la madre decise di iscriverle ad un corso di nuoto, nessuna delle due sapeva nuotare, Sammy era negata, odiava l’acqua, e l’istruttore non riuscì a fare miracoli( non era mica Gesù!); Amy, invece era un talento naturale, si sarebbe detto che non avesse mai messo piede sulla terraferma: alla fine del corso Amy era un anfibio, Sammy non sopportava l’odore del cloro. Sarebbe successo lo stesso se non fossero andate in Sicilia?Se avessero sciato in Abruzzo d’inverno ed avessero rinunciato alla Sicilia d’estate? Sarebbe successo se fossero andate a Mirabilandia come Barbie invece che in quella maledetta Sicilia? No, oppure si, ma forse sarebbe stato meno traumatico per Amy. Mancavano due giorni al ritorno a casa, la madre di Amy e Sammy parlava vivacemente con una sua amica, erano in un porto, non ricordo per cosa, non è importante. Le due sorelle stavano osservando i pesci, piccoli pesci in grandi banchi, poi Amy scivolò.Sono pericolosi i porti, molto pericolosi, ditelo ai vostri figli. Amy scivolò, cacciò un urlo e si aggrappò alla sorella che cadde in mare con lei. Sammy urlava, Amy nuotava, cercava di appigliarsi a qualcosa. Amy gridava aiuto, Sammy gridava Amy. Nessuno le sentiva. Sammy scompariva e ricompariva nell’acqua, Amy voleva aiutarla ma finiva con la testa sott’acqua anche lei se provava a tenerla a galla. La madre si accorse della loro assenza venti minuti dopo, Amy ancora urlava, Sammy galleggiava a pancia in giù. Ci sono dei fiori in quel punto del porto, qualcuno si ricorda ancora della piccola Samanta morta ad 11 anni. Amy non parlò per un mese intero, quando ricominciò comparvero i primi sorrisi rossi e sadici sul braccio. In quel periodo di mutismo soltanto io riuscivo ad interagire con lei, superavo quella barriera invalicabile, ci conoscevamo da sempre ma da quel momento i nostri ruoli si fecero più netti, io la tenevo in vita e la facevo lottare. Voleva che vedessi la prima volta che si tagliò, era agitata, teneva un coltello in mano,piccolo, dalla lama leggermente ricurva e dal manico nero. La mano le tremava,io le risposi che non lo doveva fare, lei ribatté che era giusto, continuava a ripetere che era giusto, quando avvicinò il coltello al braccio la mano le tremava così forte che sperai che non ci sarebbe riuscita, invece premette la lama contro la carne, io avrei dovuto dirle qualcosa invece rimasi zitta. Amy contò a voce bassa:”Uno, due, tre”, e al tre strinse la mano libera dal coltello nella stoffa dei jeans e tirò. La lama strisciò lungo il braccio lasciando un segno rosso. Amy disse: “ Sto bene, mi sento bene, mi sento…non so neanche come spiegarlo”. Solo allora mi accorsi che quelle erano le prime parole di Amy dopo la morte di Sammy.In casa di Amy non riusciamo a starci più di 20 minuti, intanto mi è venuta la pelle d’oca dal freddo,in quella casa regna il gelo. Amy pedala per un tempo eterno, quando è allo stremo ci fermiamo. Siamo nel nostro parco preferito, proprio dove eravamo prima, non so se Amy se n’è accorta. Il tempo è cambiato velocemente, adesso è nuvoloso,prossimo alla pioggia. Ci accucciamo sotto un albero, voglio parlarle.
”Amy…”
“ Sto bene”
“No, non stai bene,dici di stare bene ma sei la persona più lontana dallo stare bene che ioconosca.”
“ Ok, non sto bene,a che serve mentire?”
“Devi smettere di farti male,non otterrai niente, i tuoi genitori non cambieranno,così fai male solo a te stessa.”
“Quando mi taglio non sento dolore, sul serio,a volte mi basta premere la lama sul braccio, sto bene”
“ Non puoi sentirti bene in quel modo, tu pensi di sentirti bene, ma è sbagliato e pericoloso.”
Amy non parla per moltissimo tempo,tiene le ginocchia cinte con le braccia,la testa bassa,poi quando riprende sembra distrutta
.”Fammi smettere,devi essere abbastanza forte da farmi smettere”.
Le sue parole mi colpiscono, rimaniamo entrambe in silenzio. Comincia a piovere, prima qualche goccia, poi un diluvio. Restiamo lì, ci inzuppiamo d’acqua. Devo essere abbastanza forte da farla smettere. Le settimane passano, la situazione a casa  di Amy torna alla normalità,la loro normalità. So che ci sarà un ulteriore momento critico, quando arriverà l’anniversario della morte di Sammy, ma questo è il futuro, ho capito che concentrandosi sul presente si dorme meglio. Pensavo che non sarebbe successo niente di interessante per un po’. Ci si può sbagliare. Tom fa una festa in piscina, quando ha invitato Amy ho pensato che non gli funzionasse bene il cervello, ma non capisce che Amy non ha più un buon rapporto con l’acqua? Amy non ha paura dell’acqua, ne è terrorizzata, vorrebbe superarla ma non riesce più a distinguere l’acqua dalla morte. Stiamo tornando a casa con passo lento, Amy si gode il sole ed è di ottimo umore, mi spiace rovinarglielo ma lo devo fare.
” Andremo alla festa di Tom?”
“E’ il suo compleanno e ci ha invitate.”
“ Sai cosa intendo”
“ Ovvio che lo so”.
Gira intorno all’inevitabile.
“ Hai il terrore dell’acqua, come pensi di poter andare ad una festa in piscina!!”.
Si morde il labbro.
“Lasciami provare”.
Finirà male, già lo so, però ho l’assurda speranza di sbagliarmi,non posso fare l’uccello del malaugurio.
“ Va bene”.
Però so che non va bene per niente. Non va bene per niente, è quello che continuo a ripetermi, me lo ripetevo mentre Amy sceglieva con Barbie il costume ed il regalo, me lo ripetevo mentre ci preparavamo per andare a casa di Tom, ed ora che siamo vicine a casa sua è quasi un urlo, un urlo silenzioso, ho un brutto presentimento.
“Non va bene”
“ Cosa non va bene?”
“ Tutto questo,l’acqua, la gente, non va bene”
ora anche lei ha paura, ma è troppo tardi, c’è molta gente, troppa per i miei gusti. È un mare di corpi, rosa e bianchi, accaldati, che si godono questo insolito torrido maggio. Poi c’è Amy, che avanza, con la sua pelle scura e le sue cicatrici, ha paura, gli occhi da cerbiatto impaurito, avanza lentamente, stringe i pugni, il respiro corto, qualche ferita fresca, uno schizzo rosso che luccica mentre il sole ha già cominciato a scurire le cicatrici, questa è Amy e sembra che tutti la osservino, questa massa informe di corpi di cui lei non fa parte, avanza,l’acqua che luccica, brilla, brillava anche quando si è presa Sammy. Amy si ferma, le gambe si rifiutano di compiere un altro passo. È ferma, trema, la sua temperatura è sotto zero e non va bene, non va bene per niente. Non so per quanto tempo rimane così, ma ad un certo punto arriva Tom.
“ Stai bene?” le chiede.
Amy non risponde. Amy non c’è.
“ Amy rispondimi!”
Tom la prende per le spalle e la scuote. Amy sembra risvegliarsi, guarda Tom come se non lo riconoscesse. Sento che accadrà qualcosa di brutto. Arrivano gli amici di Tom,chiassosi ed imprevedibili. Urlano: “ Dai Tom, buttiamola in acqua”
“ No, oddio tiprego, no!” La sollevano, Amy urla, suoni inarticolati di puro terrore, loro ridono, non capiscono. Io si, ma non posso fare niente. Scaraventano Amy in acqua, lei urla, loro pensano che sia uno scherzo ma Amy è in acqua e urla.Tutti la fissano, ma lei non li vede, lei vede Sammy che galleggia a pancia ingiù. Le grido di uscire dall’ acqua, le mie urla le rimbalzano nel cervello,torna nel presente. Scappa, entra in casa, barcolla, è tornata nel presente troppo in fretta, trema, ha uno sguardo che non mi piace, è lo sguardo che aveva quando prese per la prima volta il coltello, è lo sguardo che ha sempre quando prende il coltello. Si siede un momento, le gambe non vogliono reggere il peso, Barbie entra, spero che la convinca a restare. Non voglio che si tagli.
“Amy..”, comincia Barbie prudente.
Amy non risponde.
“ E’ per quello che è successo a tua sorella? È per questo che urlavi?” Amy la guarda, la osserva con serietà per un minuto o due, poi si alza e se ne va. Bisogna fidarsi dei brutti presentimenti. Amy non dice una parola per tutto il ritorno, so che è impaurita, so che si vergogna e che è arrabbiata, sono emozioni troppo forti,nel suo cervello vorticano e vuole farle smettere e lei conosce solo il coltello per ristabilire la pace dentro di sé. Entriamo in casa, sua madre le scivola vicino, le dà un’occhiata di sbieco, spero che dica qualcosa, non dice niente.Amy si fionda in camera, rovista tra le sue cose e lo trova, il coltello,quello della sua prima volta, sorride, un sorriso che non è neanche parente di un sorriso che esprime gioia. Avvicina il coltello alla pelle e preme
. “ Sono voluta andare alla festa” ,uno,due,tre, tira.
“Perché mi hanno invitata”, uno, due,tre, tira.
“Mi hanno buttata in acqua”, uno due, tre, tira.
“ Mamma neanche mi guarda più”, uno, due,tre, tira
. “Ho ucciso Sammy”, uno,due, tre, tira.
Amy infierisce sul braccio con furia, ormai goccia sangue, non si era mai fatta una cosa del genere. In quel momento, quando ha finito di farsi a fette il braccio, ecco che entra sua madre: gli occhi annebbiati finalmente tornano tersi, la vede, vede sua figlia dopo anni. La madre di Amy si copre la bocca perchè sua figlia ha un braccio rosso di sangue e un coltello in mano. L’autolesionismo è un castello di carte, basta un passo falso per farlo cadere, il castello di Amy è appena caduto.
“AMY!”
urla sua madre,rompe il silenzio,si accorge di essere viva, di avere una voce e di poter urlare , non solo sussurrare. Poi continua ad urlare: “ CHE COSA STAIFACENDO!?”
Amy è inchiodata sul posto, un animale selvatico perso nei magnetici fari di un camion.
“PERCHE’ CI RENDILE COSE PIU’ DIFFICILI!?”
Amy scatta, siprecipita in giardino, le ultime parole pronunciate dalla madre le rimbombanoin testa. Si ferma in mezzo al prato, so cosa vuole fare. Avvicina lentamenteil coltello al polso, trema, dentro di lei c’è un terremoto.
“ Non ci pensare nemmeno”
“ Rendo le cose più difficili”, Amy geme, “ Lei neanche mi vede”
“ Oggi ti ha visto”
“ Ha visto un’assassina”
“ No, ha visto quello che lei e tuo padre ti hanno fatto diventare”
Ha ancora il coltello premuto sul polso, non deve tirare, non dobbiamo morire, devo farle sentire la mia voce, soprattutto nel caos della sua mente, devo essere abbastanza forte da farla smettere.
“ Oggi ha visto i bicchieri ed i piatti rotti senza che nessuno li raccogliesse, ha visto il silenzio a tavola, ha visto le cicatrici su cui non ha indagato, ha visto che eri viva mentre loro ti credevano morta, ti hanno cercata sott’acqua, pensavano che fossi lì con Sammy, ma oggi hanno capito che sei uscita e possono uscire anche loro”
Amy lascia cadere il coltello, adesso e per sempre. In quel momento scendono i genitori di Amy,non so da dove suo padre sia sbucato, non m’importa, l’abbracciano, sono usciti dall’acqua. Siamo in camera di Amy, è passata una settimana dalla festa di Tom,in un certo senso sono contenta che sia successo quel che è successo. Amy non vuole più tagliarsi. Alcune delle ferite che si è fatta hanno richiesto dei punti,soprattutto quelle inflittesi dopo aver detto“ Ho ucciso Sammy”, ma tutto è in via di guarigione.
“Sei d’accordo sul fatto di andare da uno psicologo?”
“Si, credo che certe cose non posso dirle solo a me stessa, devono essere dette ad alta voce per diventare reali.”
“ Non ti taglierai più?.”
“ Sono abbastanza forte”
Amy sorride, lo specchio riflette il suo sorriso, e allora mi accorgo che abbiamo gli stessi capelli ricci, gli stessi occhi marroni, la stessa pelle scura e le stesse cicatrici, che sono le ultime. Siamo uguali. Forse perché mi sto guardando allo specchio.

Mi chiamo doc. Federica Valentini.

MI CHIAMO DOC di Federica Valentini

12 febbraio 2011 alle ore 14.39

Mi chiamo Doc, questa è la mia storia, è la storia di un cane. Ci saranno milioni di storie, alcune sui cani, ma ce n’è qualcuna raccontata da un cane? Forse ce ne sono ed io voglio raccontavi la mia. Da dove cominciare? Cominciamo dall’inizio. Sentivo qualcosa attorno a me, un brulicante fermento, voci, odori a me estranei, tutto mi era estraneo, poi una spinta, un istinto, l’istinto che mi diceva di andare verso qualcosa di caldo ed invitante.. Ci appoggiai il muso e succhiai quella cosa calda, entrava in gola, era buona ed io feci la prima distinzione tra bene e male: la cosa che mi entrava in gola era bene perché mi nutriva, tutto ciò che avrebbe potuto staccarmene era male, così il mio primo obiettivo fu rimanere attaccato a ciò che era bene. Quando non succhiavo dormivo e viceversa, poi trovai altri interessi oltre al dormire o succhiare e cominciai a muovermi, ad odorare ed un giorno aprii gli occhi e vidi altri esseri attorno a me, i miei fratelli ed identificai loro come bene, poi vidi mia madre che era il bene assoluto perché mi puliva e mio nutriva, infine c’erano degli altri esseri che non sapevo identificare, non erano bene o male perché non facevano niente che potesse rientrare in questa due categorie: ci visitavano, ci controllavano, ma non facevano niente di nocivo o benevolo, li soprannominai “ i Pensanti” perché raramente seguivano l’istinto e non facevano mai nulla di ovvio. Appena potei camminare su quattro zampe, mi dedicai allo “studio” dei Pensanti, ed era una cosa che occupava la maggior parte del mio tempo, perché i Pensanti erano proprio strani; la loro prima stranezza era il corpo, per prima cosa erano senza pelo, a parte quello sulla testa che variava da Pensante a Pensante, poi il loro modo di muoversi, camminavano con le zampe posteriori ed afferravano le cose( perfino il cibo) con quelle anteriori. Quando la cosa buona che succhiavo, che i Pensanti chiamavano “latte”, non mi bastò più, i Pensanti divisero me e i miei fratelli da nostra madre e quello fu il male più grosso che potessero farmi. Mi misero in una scatola con i miei fratelli, arrivavano molti Pensanti, ogni tanto prendevano uno di noi, lui non tornava mai indietro, da una cucciolata di dieci eravamo rimasti in cinque. Sentivo vari odori perché ogni Pensante aveva un odore diverso ed era proprio questo che distingueva i Pensanti dagli altri animali,ogni Pensante aveva un odore diverso. L’odore di un Pensante stava ad indicare molte cose: cosa aveva toccato, mangiato, con quali esseri era entrato in contatto, ma anche il suo stato d’animo e la sua personalità. Un giorno venne una famiglia di pensanti, sentii il loro odore da molto lontano e quando entrarono nella stanza dove mi trovavo coi miei fratelli, notai che avevano tutti un buon odore, soprattutto il loro “ cucciolo”. Subito scodinzolai. Il padre del piccolo Pensante sollevò mia sorella accanto a me. “Che ne dici di questo, Ronny?”, chiese, ma lui con mio grande sollievo scosse la testa ed indicò me, il padre allora mi prese in braccio e mi mostrò a Ronny. “ Vuoi lui?”- Ronny annuì- Si, è davvero un bel Labrador”, poi si avvicinò alla Pensante che li aveva scortati. “Quant’è?”, chiese. “ Duecento”, rispose lei. Capivo poco di quel dialogo, ma sapevo che non sarei mai più tornato. Da quel momento cominciai a far parte della vita di quei pensanti e scoprii cose molto strane. Capii che la Pensante che stava in quella casa non era la madre di Ronny perché riuscivo a percepire i loro legami, c’era un forte legame tra i due pensanti più grandi, Luca e Grace, ed un legame altrettanto forte tra Luca e Ronny, ma tra Grace e il piccolo Ronny c’era un baratro, Grace tentava di avvicinarsi a lui con approcci amichevoli ma Ronny la respingeva. Anche i loro odori non coincidevano, Ronny aveva un odore abbastanza simile a quello di Luca, ma totalmente diverso da quello di Grace. In più Ronny era diverso dagli altri Pensanti, non parlava mai, annuiva o scuoteva la testa ma non faceva nient’altro ed il suo odore sapeva perennemente di dolore. Pian piano capii, la madre di Ronny era morta ed io lo comprendevo perché avevo subito anch’io lo choc di una perdita simile.Ronny ed io avevamo un rapporto speciale,finalmente riuscii ad introdurre quei pensanti nel bene e non solo perché mi nutrivano e mi davano protezione, ma anche perché in loro sentivo una tale sensazione di affetto e fiducia che sarei stato pronto a seguirli nel fuoco. Passarono i mesi ed io crescevo, e più crescevo più mi affezionavo a Ronny, e più mi affezionavo a Ronny più sentivo la costante presenza del suo dolore attenuarsi senza però mai svanire; anche luca e Grace sembravano accorgersene,per questo fui chiamato Doc, il dottore migliore per il mutismo di Ronny . Un giorno Luca era andato al lavoro e Grace aveva consegnato a Ronny il mio guinzaglio dicendo:” hai otto anni, sei grande, fatti un giro qui vicino con Doc.” Ronny aveva sorriso ed eravamo partiti. Ronny correva e rideva ed io abbaiavo al vento, fino a che non arrivammo al parco, Ronny si stese per terra ed io gli misi il muso sullo stomaco per sentire il suo odore che sapeva di felicità. Al Parco andò tutto per il meglio. Il danno, o la svolta, si verificò al ritorno. Ronny era troppo stremato per correre ed io tenevo il suo passo, allegro e soddisfatto, totalmente immerso nel suo odore che sapeva di allegria, sempre però contrastato da quel dolore che, anche se poco, c’era. All’improvviso sentii degli odori terribili e vidi due Pensanti molto più grandi di Ronny pararglisi davanti, sentii il cuore del mio pensante sobbalzare. Paura. “ Ciao Ronny, come va?”, chiese uno dei due, più grosso e tarchiato. “ Lui non parla!”, biascicò ‘altro scoppiando a ridere. Ronny corse via, io lo tiravo per farlo correre più velocemente. Ma i Pensanti lo raggiunsero afferrandolo. Io ringhiai; ecco un’altra cosa che distingueva i Pensanti dagli altri animali, non comprendevano i segnali non verbali. Capivo che quei Pensanti erano male perché colpivano Ronny che era bene, io non sono un Pensante, io reagisco d’istinto e l’istinto mi diceva che il male andava evitato o combattuto e che il bene andava difeso. Ronny era un grande bene. Dovevo difendere Ronny. Così chiusi le mascelle sul braccio del pensante che aveva afferrato Ronny. In quel preciso istante avvertii una gran quantità di sensazioni, così ampia da stordirmi: c’erano sorpresa e sgomento che partivano dal compagno del Pensante che avevo morso( codesto pensante era sorpreso, allarmato ed impaurito), poi c’era Ronny, anche lui era sorpreso ma vagamente compiaciuto ed anch’io provai quella compiacenza.tenni il,braccio del Pensante per qualche secondo, quando lo lasciai sanguinava lì dove i miei denti vendicativi avevano lasciato il segno, io sentivo il vago sapore di quel liquido sulla lingua. I due Pensanti scapparono ed io mi sentii felice perché avevo sconfitto il male; a farmi sentire anche meglio fu lo sguardo di Ronny, non mi accarezzò, né mi abbracciò, ma mi guardò e basta con uno sguardo talmente pieno di fiducia e riconoscenza che sarebbe valso cento di quelle parole che Ronny non diceva e che gli altri Pensanti trovavano tanto importanti. Tornai a casa, mangiai e mi stesi sulle piastrelle a dormire, Ronny mi si accoccolò vicino, nessuno sapeva dell’accaduto e pensai che nessuno l’avrebbe mai scoperto visto che Ronny non parlava, a poi non ne vedevo il bisogno. I due Pensanti mi avevano provocato ed io avevo difeso ciò che era bene ferendo non gravemente uno di loro e quando erano fuggiti non li avevo rincorsi ed in più li avevo avvertiti con tutti i preliminari di una adeguata battaglia. Nella mia mente semplice di animale tutto filava alla perfezione ma, come ho già detto, non sono un Pensante, loro non fanno mai nulla di ovvio. Era mattina, una mattina splendida, si inoltrava la primavera, gli uccelli cantavano, i fiori sbocciavano e dei piccoli tesserini verdi si sdraiavano sulle pietre ed io mi divertivo a coglierli di sorpresa toccandoli con il muso così che loro scappassero come giocattoli a molla. Li inseguivo ma non riuscivo mai a prenderli anche se mi piaceva saltare e guaire cercando di acchiapparli per poi stare col muso piantato in terra e la coda che frustava l’aria. Lo facevo specialmente se c’era qualche Pensante in casa perché in genere scoppiavano a ridere e mi piaceva farli ridere,soprattutto Ronny perché era l’unico modo che avevo per sentire la sua voce. Ebbene, quella era una mattina bellissima, anche se ad un certo punto della nottata Ronny aveva cominciato ad agitarsi ed io mi ero messo sul suo letto per tranquillizzarlo, sapevo però che non dovevo salire sui letti dei pensanti perciò più o meno all’alba mi ero trasferito in salotto a dormire sul tappeto. Qualche ora dopo sentii i passi leggeri di Grace che attraversavano la stanza, incuriosito la seguii. Malgrado il mio compagno di scampagnate prediletto fosse Ronny, non disdegnavo certo una camminata con un altro membro della famiglia, in una giornata bella come quella, rimasi deluso però quando scoprii che era solo una normale uscita per prendere la posta. “ seduto Doc”, comandò Grace quando vide che l’avevo seguita, obbediente mi sedetti ed aspettai. All’improvviso la Pensante sgranò gli occhi ed io avvertii paura ed ansia, ma non c’era nulla di malvagio, proprio non capivo, la sua paura sembrava derivare dal pezzo di carta che aveva in mano. Non sentivo l’odore di altri esseri e quindi supposi che avesse paura della carta in sé, pensai di toglierla dalla sua mano e distruggerla, ma prima che potessi farlo lei corse dentro casa.. La seguii e lei raggiunse Luca. Quando lei gli mostrò quel pezzo di carta, lui mi guardò con uno sguardo diverso dal solito, in quel viso tanto conosciuto c’era qualche cosa di sbagliato, ciò mi confuse, mi guardava ed io avvertii la rabbia, tanta, sentivo che aveva voglia di picchiarmi e ciò era male, ma lui era bene o male?. Questo fece crollare il mio mondo, tutte le mie certezze e la netta distinzione tra bene e male che era avvenuta senza difficoltà da quando avevo succhiato per la prima volta il latte di mia madre. Confuso mi fiondai in camera di Ronny mettendo la testa vicino al suo corpo, svegliandolo con i miei guaiti, l’unica cosa che sapevo era che Ronny era bene, il resto era nebuloso e contorto; Ronny era confuso ed assonnato, cercò di confrotarmi poi con me al suo fianco andò nella camera da letto dei Pensanti adulti. “ Ronny, che cosa è successo due giorni fa, quando hai portato Doc a spasso da solo?”, chiese Luca. Ronny tacque, allora luca lo prese per le spalle scuotendolo. “Parlami! Insomma! Tacendo non riporterai tua madre in vita!” A quel punto Ronny si divincolò e scappò via ed io lo seguii, volevo capire, Ronny si accucciò sul retro della casa, per la prima volta in vita mia provai confusione, non ero mai stato confuso perché tutto era ordinatamente diviso in bene e male, non c’erano mai stati degli esseri intermedi. Ronny ed io rimanemmo insieme per mezza giornata, il mio Pensante era scosso dai tremori e sentivo il suo dolore molto forte, non c’erano altre emozioni, evidentemente quei versi che per me erano incomprensibili per Ronny avevano un preciso significato ed io mi infuriai con Luca perché avevo lavorato duramente tutti quei mesi per fare di Ronny un pensante felice ed ora che quel dolore si faceva ogni giorno più debole, Luca con quei semplici versi l’aveva fatto tornare più potente di prima. Per mezza giornata nessuno ci disturbò, ed io ebbi il tempo di riflettere e fu stranissimo perché un cane non dovrebbe riflettere, questo è da Pensanti, forse vivendo a lungo con loro stavo diventando un po’ Pensante anch’io. All’improvviso, quando stava già facendo buio, arrivò Luca. Ronny si ritrasse al suo tocco ed io emisi un leggero brontolio. “ Ronny mi spiace per quello che ho detto ma Doc ha morso un bambino e la madre ha sporto denuncia, il processo sarà domani pomeriggio, però intanto Doc deve andare nel canile qui vicino.” Ronny ora odorava anche di paura, si aggrappò a me in modo disperato ma lasciò comunque che luca mi guidasse verso il giardino. Lì vidi Grace e tre Pensanti a me sconosciuti: erano due Pensanti maschi e adulti ed una femmina col suo piccolo, lo riconobbi all’istante ed emisi un ringhio minaccioso, era grosso e tarchiato ed aveva un inconfondibile morso sul braccio. “ Visto, te l’avevo detto che questo cane era pericoloso”, pigolò il tarchiatello con una voce troppo infantile per la sua stazza,. Quando ero ancora nella scatola, c’era uno dei miei fratelli che era più grosso degli altri e tutto nero, un giorno provò a rubarmi il cibo pensando di farcela perché l’aveva fatto agli altri, ma io mi ribellai e lo spinsi a terra, da quel momento appena mi vedeva mi girava lontano emettendo versi di sottomissione: quel piccolo Pensante mi ricordava mio fratello. I due Pensanti maschi mi staccarono da Ronny ed io cercai invano di tornare da lui. Sentivo che Grace e Luca erano dispiaciuti del fatto che io dovessi andarmene e capii che loro non avevano mai avuto intenzioni maligne ma erano stati comandati dal pensante e sua madre. Allontanarmi da Ronny e dalla sua famiglia fu un male profondo pari quasi all’allontanamento da mia madre. Mi misero in un grosso furgone e dopo qualche tempo che mi parve lunghissimo arrivammo nel posto più orribile del mondo, era pieno di cani nei recinti che abbaiavano, guaivano e si scagliavano contro la porta della loro prigione. I due misero anche me in uno di quei recinti e poi se ne andarono perché era già buio. Quel posto odorava di rabbia, di dolore e di risentimento. Ogni tanto qualcuno si metteva ad ululare, confidavano la loro storia alla luna, lo feci anch’io perché non avevo nessuno a cui dirla e quindi alzai il muso verso quella pallida e muta confidente. Non riuscivo a dormire perché ad ogni piccolo rumore i miei compagni di prigionia si mettevano ad abbaiare ed abbaiarono anche per lui, perché per loro non era altro che un insulso Pensante come tutti gli altri, ma per me era ben altro, capii subito che era lui dal suo odore più forte di qualunque altro.Ronny si scagliò contro il mio recinto e visto che non era chiuso bene, riuscì ad aprirlo. Gli corsi incontro e lui mi abbracciò, non c’era più traccia di dolore nel suo odore in quel momento. Così sotto una coperta di stelle io e Ronny dormimmo di nuovo insieme. Il giorno dopo io e Ronny fummo svegliati da delle voci di Pensanti. “ Lo sapevo che eri qui! Oh Ronny, come ti è venuto in mente?”, disse Grace. “ Dobbiamo rimettere questo cane in gabbia, è pericoloso.”, disse la madre del Pensante che avevo morso; insieme a Grace e Luca e suo figlio, avevano cercato Ronny, assieme a loro c’era anche un Pensante che lavorava in quella prigione che divise nuovamente me e Ronny. A questo punto Ronny urlò frustrato: “No!”, e si aggrappò con forza a me; tutti erano rimasti a bocca aperta per lo stupore, persino io ero attonito, ma lui continuò impassibile con una voce decisa e deliziosa da udire: “ Doc non è mai stato pericoloso, è stato lui”, ed indicò il piccolo tarchiatello. “ Lui voleva picchiarmi e Doc mi ha difeso, non è pericoloso, è stato un cane bravissimo e voi l’avete ripagato così.” Passò un momento di stupore generale poi la madre del Pensante che avevo morso disse :” Va bene, se è andata così non potrò fare altro che ritirare le accuse.” A queste parole l’atmosfera si rilassò ed anche Grace e Luca si ripresero. Usciti dalla prigione Ronny continuò a parlale e parlare come se dovesse riempire tutto il silenzio dei mesi passati ed io trotterellavo felice al suo fianco perché ora Ronny odorava solo di felicità. Nei mesi successivi feci alcuni test per verificare che non fossi un pericolo e poi mi potei ricongiungere a quella che prendeva sempre più i tratti di una famiglia normale e felice.

Il dono. Scritto da Federica Valentini.

IL DONO

Mara salto` dentro una pozzanghera, vide il delizioso incresparsi dell’acqua, rise forte ed usci` con un altro saltello dalla pozza; poi si sfrego` le mani intirizzite. Malgrado la sua eta` le piaceva saltare nell’acqua,non ci poteva fare niente! Sua madre avrebbe brontolato nel vedere quelle scarpe nuovamente infangate, ma c’era qualcosa di stupendo nell’increspatura dell’acqua; somigliava quasi a musica. Era bello anche in una fredda e grigia mattina di Gennaio, che era fredda e grigia come solo le mattine di Gennaio sanno essere. Comincio` a camminare piu` piano, volto` la testa verso la folla in movimento che andava ad ammassarsi all’ entrata della scuola. In principio non senti` nulla, se non il concitato chiacchiericcio di tanti ragazzi che parlavano contemporaneamente, poi si concentro` di piu`, si interesso` di piu` a quell’ informe massa di persone e, allora, tutto le arrivo` di botto:pensieri, milioni di pensieri, mille volte piu` forti e piu` assordanti del leggero brusio di un semplice parlare. Mara si trattenne dal tapparsi le orecchie, sapeva che non sarebbe servito, uni` i due pollici e gl’indici e guardo` attraverso il piccolo spazio formatosi e come se fosse una telecamera lo punto` su un solo individuo, mettendolo a fuoco. Allora riusci` a sentire solo i suoi pensieri, solo le sue emozioni;ma presto se ne disinteresso` , cosi`, semplicemente, comincio`a pensare ad altro, ed i suoni divennero sempre piu` ovattati fino a scomparire. Quel trucco l’aveva imparato da suo nonno, che aveva anch’ egli quel particolare dono.
“Non devi spaventarti tesoro, succede anche a me, e` normale”
le aveva spiegato trovandola per terra con le mani sopra le orecchie.
“Ma allora perche` a mamma , a papa` o a Gerry non succede?”
“Perche`i tuoi genitori e tuo fratello non hanno questo dono, tu, piccina mia, sei speciale!”
“Ma io non voglio!!” aveva esclamato. Lei odiava sempre tutto quel chiasso in testa e, soprattutto, odiava quando sua madre pensava che forse sua figlia avesse qualche malattia rara….
“Non puoi rifiutare questa capacita`, ma puoi imparare a gestirla; i pensieri sono come le persone irritanti: fanno piu` baccano e diventano piu` insistenti se li stai a sentire;se invece li ignori faranno silenzio e ti daranno pace. Quando sarai in luoghi poco affollati come casa tua,ad esempio, ti bastera` ignorarli. Non prestar loro attenzione .Se invece ti troverai in luoghi affollati, allora dovrai rintanarti nella tua mente, riempire la testa di pensieri che ti appartengono, cosi` non sarai invasa da quelli di altri. Poi se tu vorrai concentrarti su una persona in particolare dovrai unire gl’ indici ed i pollici cosi` …..vedi? E dovrai guardare la persona attraverso lo spazio formatosi; capito?Perche`il legame che c’e`fra corpo e mente e`molto stretto….”
Aveva sette anni allora, ne erano passati altrettanti. Durante quell’ arco di tempo aveva capito che ci sono persone che sono diverse, ma bisogna accettarlo.Il nonno le aveva spiegato che non si sarebbe mai dovuta sentire sola, perche` non lo era. C’erano milioni di persone come lei, che, anche se non avevano il suo stesso dono, erano simili a lei,perche` vedevano la vita in un modo in cui gli altri nemmeno lo percepivano. Di persone cosi` ne aveva conosciute, eppure non aveva mai incontrato nessuno con il potere suo e del nonno…mai, fino ad allora.
Si chiamava Filippo, ma non c’era persona nella scuola che non lo chiamasse Fill.
Era alto, e magrissimo. Aveva i capelli corvini tagliati corti, gli occhi color del mare e labbra vermiglie; era pallido come la neve anche nel piu` cocente giorno di fine agosto. Si vestiva quasi principalmente di nero, portava felpe rigorosamente col cappuccio calato fin sugli occhi. Era sempre adornato, sulle braccia magre, di tagli profondi, il cui rosso risaltava maggiormente a causa del pallore; passava la maggior parte del suo tempo con le cuffie dell’i pod infilate nelle orecchie, la musica ad un volume cosi` alto che si potevano sentire distintamente le parole cantate. Era lui la persona su cui si era concentrata poco prima. Sapeva che anche lui aveva quel raro dono perche` aveva letto nella sua mente , anche se dubitava che Fill sapesse come controllarlo, a giudicare dalle ferite auto inflitte. Sapeva anche che il ragazzo voleva fare una cosa terribile:lui voleva smettere di sentire tutto quel chiasso per sempre, aveva deciso di metter fine alla propria vita venerdi` 20 Gennaio, esattamente tra una settimana.
Mara si avvicino` a Fill , senti` i Pink Floyd urlare a tutto volume. Fill la osservo` perplesso quando capi` che stava andando proprio verso di lui ; perche`pensava che tra lui e il mondo ci fosse un tacito accordo:lui non parlava con gli altri, e si aspettava che il resto dell’ umanita` facesse altrettanto nei suoi confronti. A quel punto Fill si tolse le cuffie, scocciato, ma…vagamente incuriosito. Non conosceva la ragazza che, affrontando il turbinio di pensieri intrusi che gli invadevano la testa, lo stava chiamando per nome e gli diceva senza aprir bocca : Non devi spaventarti,succede anche a me, io ti posso aiutare…tu hai un dono…”

Scritto da Federica. Silvia hai una ragazza speciale. Anna